L’uomo giusto al momento giusto e la stretta di mano con Johnny Clarke

Anche quest’anno Bergamo si distingue come centro nevralgico importante per la cultura musicale, non solo in levare. Al Sunfest i ragazzi di Bergamo Reggae e tutta l’organizzazione hanno fatto come sempre un ottimo lavoro, onorando la massive con un live speciale del rasta Johnny Clarke a ingresso gratuito. Noi che eravamo presenti anche al Roll Call a supporto de “La Ragga Fanza” ci siamo imbattuti in questo possente leone per una non-intervista, un’esperienza di vita di qualche minuto che va assolutamente raccontata. E che finisce con una stretta di mano leggendaria.

Si dice che la condizione di armonia crei nell’essere umano una forte sensazione di benessere. Che sia una successione logica o istintiva, che sia di eventi, di suoni, di sensazioni, l’idea stessa che “tutto torni al suo posto” comporta felicità, forza, sicurezza. E quindi piacere. Questa non è una tesi che ho inventato io, sia chiaro. Gente molto più preparata e colta di me ci ha passato svariati anni di studio. Sempre questi dotti personaggi hanno anche individuato un’altra particolarità di questa appagante sensazione, ovvero la peculiarità limitata del sentimento nell’animo umano. La sensazione di armonia ci riporta a un’idea di perfezione e come tale essa non può esistere per più di un tempo limitato, spesso molto limitato. Siamo fatti così. Quando ci rendiamo conto che “tutto torna al suo posto” siamo molto contenti e dobbiamo essere anche consapevoli che si tratta di una condizione effimera. Questa storia si sviluppa a partire da una condizione tutt’altro che armonica. Inizia un sabato di fine luglio, dopo una settimana particolarmente tosta, con un sacco di progetti da portare avanti, idee, posizioni da mantenere e da migliorare. Al normale lavoro si aggiungono la passione per un sound system che cresce e di cui bisogna prendersi cura, uno zaino pieno di dischi nuovi recuperati in una ricerca forsennata per le strade di Londra ed un sacco di impegni radiofonici per la nuova stagione che incalza con nuovi format da sviluppare. Il bello del mondo della musica, del mondo dei sound e del reggae in generale, è che non si naviga mai in acque chete, perché un mare tranquillo non ha mai fatto un marinaio esperto. Dovevo fare il solito viaggio da Milano a Pavia, super facile, il solito binario che mi porta dai miei compagni di sound, per distrazione e per mente troppo piena, sbaglio questa semplice operazione e finisco su un altro treno che mi porta da tutt’altra parte, lasciandomi in una non-stazione per qualche ora… Questa storia inizia così, con un treno preso per sbaglio e niente al suo posto. Mentre aspetto di tornare sulla strada per Pavia, i miei compagni tra un sacrosanto “sei un rincoglionito” e un comprensibile “bollito!”, avevano pianificato una trasferta a Bergamo per l’ottavo Sunfest, il festival reggae organizzato magistralmente dai ragazzi di Bergamo Reggae. “Stasera suona Johnny Clarke” avevano detto, aggiungendo “ed è pure free entry”. La storia del Sunfest è ricca di nomi di importanti, veterani della scena come Errol Dunkley e Skatalites per citarne alcuni, e Johnny Clarke è un nome che si inserisce perfettamente nella line-up bergamasca. Ma la storia, di per sé, è ancora un casino. Riesco a raggiungere Pavia con quasi due ore di ritardo sulla tabella di marcia. I miei amici e compagni stanno nel mentre prendendosi cura del sound che si sta muovendo verso la sua nuova casa. Poi ci sono i dischi, la selezione per la giornata del Roll Call di domenica, le novità arrivate da Londra, un cofanetto rocksteady con i controcoglioni da far sciogliere qualsiasi tensione, qualche tassello inizia ad incastrarsi… Piano piano la musica getta il suo salvagente ed inizia a “salvarmi”, inizia a prendere forma e a occupare ogni angolo della giornata. Si presenta sotto l’armonica forma di uno scoop, si sviluppa sotto la puntina con i vinili e ci accompagna fino a sera quando è ora di partire. Prendiamo l’auto, carichiamo il necessario e partiamo. Pensiamo di avere tutto sotto controllo, di aver raggiunto una buona dose di armonia nel pomeriggio, ma l’asfalto è sempre più duro di quanto si pensi e il tempo corre veloce. Non ce la facciamo, penso. Forse non arriviamo in tempo. Scetticismo tipico dell’uomo della pioggia. Di colui che è abituato al tempo tiranno, alla città aggressiva (n.d.r. Milano), alla schiavitù della realizzazione costante del prodotto. Un’altra bella qualità dell’armonia è che difficilmente si fa sottomettere, si fa schiavizzare. Lei è libera, compare e sistema le cose senza ordine o “to do list”. Infatti parcheggiamo che si sente l’intro del concerto. Entriamo al festival con sicurezza e tranquillità perché il live è appena iniziato. Tutto a posto mi dico. Eccola finalmente, quella sensazione.

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Johnny Clarke, giamaicano, classe 1955 sul palco è qualcosa di epico: il fascino dei dread e del rastafarianesimo, la voce ancora potente e quella verve tipica, quel marchio di fabbrica (“mi treadmark” come dirà dopo) da grosso leone della savana. Quel suo modo di impostare la voce per seguire il ritmo che sembra partire dal plesso solare per vibrare verso la folla. Ne ha fatte di tutte sull’isola, musicalmente può raccontarti di Jacob Miller e di Bob Marley come Omero farebbe con Achille e Odisseo. “Sono eroi loro, lo sappiamo, ma io c’ero anche prima” tende a precisare con tranquillità. Sul palco Johnny racconta storie, spiega la vita, ti emoziona. Non ti dice quello che devi fare, non dispensa precetti. Racconta le storie di vita e ti mette in guardia, davanti a questa giungla sempre più fitta. Sempre con meno leoni a discapito dei piranha. Roots, roots su tutto, il leone mai domo dona alla massive del Sunfest una doccia di misticismo tipico dei personaggi di questa caratura. Move outta Babylon, Roots Natty Congo, None Shall Escape The Judgement, Blood Dunza… quando parla “rasta” la sua postura si fa profonda e imponente, quando cita Babilonia accompagna le parole con quel suo “spooky tone” e sgrana gli occhi come davanti a uno spettro, come avvertire del pericolo. Si toglie il cappello, libera i dreadlock, canta e balla per due ore senza sosta. Il contributo che questa voce ha dato alla musica è enorme.

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La storia che può raccontare quest’uomo è immensa. Tutto torna, penso io. Finito il concerto ci avviciniamo al backstage, grazie ai ragazzi di Bergamo Reggae riusciamo a incontrarlo, tranquillo, un po’ stanco dopo il live, ma rilassato seduto sul comodo divano del retropalco. Ave di Powa Flowa ha con sè un paio di vinili per rappresentare e ricevere un autografo. “Hai un pennarello?” chiede Johnny prima di impreziosire la pasta vinilica con il suo autografo. Ci sediamo e iniziamo a parlare. Partiamo dall’original press del 12” “Don’t Trouble” custodita da Ave, pezzo in cui l’intro è fatta con Jacob Miller. Chiediamo, quindi, com’era la musica in quel periodo, chiediamo cose che noi non possiamo più vivere ma solo immaginare, come il rapporto con Jacob. Senza occhiali non riesce a leggere il titolo del brano, sembra quasi stupito da una domanda del genere, perché non riguarda solo lui. A questo punto non nascondiamo l’imbarazzo, ma gli leggiamo il titolo del brano e precisiamo che ora abbiamo la possibilità di sentire le parole di chi ha fatto e vissuto quella storia…ed ecco il ritorno dell’armonia. Questo lo porta a parlare di quel trademark di cui abbiamo accennato prima: “Ho ideato un marchio di fabbrica. Questo suono di voce, questo modo di modularla, questo respiro roots l’ho creato io. Gli altri sono stati possenti, grandi star, ma alcune delle grandi hit del reggae roots hanno il mio nome inciso sopra”. Dal ghetto di Kingston alle produzioni di Bunny Lee. Dopo di lui: Big Youth, Freddie McGregor, Osburne, Murvin… Negli anni ’70, quando alcuni di noi non erano neanche nati, Clarke già tesseva le liriche di una musica che ancora adesso colpisce senza ferire, senza fare male. “Mr. Clarke come mai lei non ha bisogno di urlare durante i concerti e raccoglie lo stesso forward di altri artisti che si agitano urlando e cantando a volte in modo sguaiato? Per quale motivo la scena contemporanea non capisce questa forza? Come mai ora gli artisti sono sempre meno arte e sempre più prodotto? A che profondità viaggia la musica adesso?” “C’è un sacco di competizione in giro, ragazzi” risponde secco. “La gente ora non si preoccupa più di tutta una serie di aspetti. Si guarda al risultato immediato senza il minimo sforzo. Però io sono ancora qui. Ancora canto e tengo il palco. Senza problemi”. L’armonia del tutto al suo posto, come ho già detto prima, dura poco. Per fare un’intervista a Clarke ci vorrebbero delle ore che noi non abbiamo e che neanche il grande leone ha. Il tempo vola, il tempo stringe, l’atmosfera cambia nuovamente. Un incontro di un quarto d’ora che vale molti anni, perché di artisti così non se ne vedono spesso e soprattutto non a pochi centimetri di distanza. Johnny finisce di fumare, si gira e ci stringe la mano. Ci fa segno che ora lui deve andare, i ragazzi dell’organizzazione gli hanno preparato un trasporto fino all’hotel. Johnny è un vecchio leone che viaggia dalla Giamaica all’Europa, da Londra a Bergamo senza dormire, stando sveglio per ore per poi cantare e diffondere reggae music, ma senza farsi mancare discussioni sui massimi sistemi con Matic Horns ed i ragazzi del Sunfest. Sem di I-Trees lo accompagna alla macchina, alcuni della band vanno con lui, altri restano per la dancehall. Quella stretta di mano è solida e presente, di un uomo che, la mano l’ha stretta a Jacob Miller e Bob Marley, si diceva una volta della mano stretta a Sinatra, per noi è lo stesso. Io e Giki ci guardiamo ancora un attimo senza dire niente. Abbiamo nuovi dischi per la selezione della domenica al Roll Call. Abbiamo fatto il pieno di roots e siamo a posto così. Jacopo Rudebwoy

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