Fire in Babylon – Il documentario sulla squadra di cricket delle West Indies

È opinione unanime nei Paesi che non condividono la tradizione del cricket, che questo sia uno sport profondamente noioso ed incapace di suscitare interesse.

La conoscenza del gioco in Italia si limita generalmente ad alcuni episodi dei classici della Disney e poco più. Sebbene un’attenta “googlata” possa metterci di fronte all’esistenza di una Federazione Cricket Italiana, il passo successivo si riduce ad un’accettazione tutto sommato non dolorosa della propria innegabile ignoranza nel campo.

Occupandomi però di cultura giamaicana, e dopo una lungo indugio nell’affrontare il tema (se si esclude la vita privata e non di Chris Gayle), ho deciso che Island Pop doveva trattare questo capitolo fondamentale che alla fine si è dimostrato interessantissimo da più punti di vista.

Il cricket sull’isola è lo sport nazionale o per lo meno lo era prima che l’amore per il calcio europeo travolgesse i più. Continua comunque ad essere un elemento nevralgico della copertura mediatica e della cultura dell’area comunemente indicata come Indie Occidentali.

L’approccio prescelto è stato quello storico grazie alla scoperta del documentario FIRE IN BABYLON del 2010. Diretto da Stevan Riley, il regista e produttore britannico si è concentrato sui campioni della squadra di cricket delle West Indies nella sensazionale formazione attiva tra gli anni settanta e ottanta. Quegli anni furono infatti magici sia dal punto di vista del gioco che del significato politico e sociale che questo team portava con sé su ogni campo.

La squadra delle West Indies, chiamata da tutti Windies, è un progetto credo praticamente unico nel suo genere in quanto coinvolge un team multinazionale con giocatori provenienti da 15 paesi prevalentemente di lingua inglese e quindi con un comune passato di schiavitù e colonialismo.

We had a mission, a mission that we believed in ourselves and we were just as good as anyone. Equal for that matter – Viv Richards

La formazione di cui tratta il documentario era composta dalla prima generazione del post-indipendenza con giocatori nati precedentemente agli anni 60 e diventati adulti nei primi anni dell’epoca post-coloniale.

In questo contesto risulta subito chiaro che la storia che Riley vuole raccontare attraverso le testimonianze dei suoi protagonisti (e di un simpatico Bunny Wailer) è più legata allo sviluppo di una profonda consapevolezza che del mero successo nello sport.

Il cricket ha, infatti, un ruolo altamente simbolico essendo stato importato dagli inglesi e utilizzato come strumento di colonizzazione per disciplinare gli schiavi. A partire dal primo capitano nero della squadra delle West Indies, Frank Worrell (Saint Michael, 1924) nel 1960, questo sport diventa però importante su due livelli. Da una parte la partita sul campo diventa un modo per riguadagnare la dignità di cui i West Indians erano stati privati nei secoli di dominio, schiavismo e oppressione; dall’altro questa esperienza riusciva ad unire 15 Paesi che di base non vivevano altre esperienze di cooperazione o consapevolezza di un passato comune.

And here we have ex-slaves trying to excell in something that the English master brought us – Frank I

Il desiderio di rivincita si fa tangibile e raggiungibile quando Clive Lloyd (Georgetown, 1944) diventa capitano della squadra nel 1974 e prende in mano la gestione tattica e psicologica di una gang di giocatori soprannominata “Calypso Cricketers” a causa della loro simpatica scarsezza nell’affrontare il gioco, per farne una delle squadre più forti che la storia dello sport abbia mai visto.

Da qui Lloyd comincia il suo lavoro di scouting e di approccio alla tecnica di lancio chiamata fast bowling che, tra l’altro, vi farà ricredere sulla coolness del gioco.

Personaggi come il lanciatore Michael Holding (Kinsgton, 1954), soprannominato “Whispering death”, il grande battitore Viv Richards (St. John’s, 1952) e Deryck Murray (Port of Spain, 1943), che ha poi servito nel corpo diplomatico di Trinidad e Tobago, offrono negli 80 minuti di un documentario ben costruito e ricco di immagini dell’epoca, la passione, la profondità e la simbologia che questa squadra rappresentò per gli abitanti dei Caraibi inglesi e per la loro diaspora.

Momenti simbolici del racconto diventano le vittorie contro la squadra dell’Inghilterra nel 1976 e 1984, la rivincita contro l’Australia del 1979 e il momento drammatico nella divisione della squadra tra chi rifiuta di giocare nel Sud Africa dell’Apartheid del 1983 e chi invece accetta di prendere parte ai cosiddetti Rebel Tours in cambio di condizioni economiche vantaggiose.

Gli anni di gloria di questa squadra vanno anche di pari passo con gli anni d’oro del reggae, forte del suo messaggio rivoluzionario e di Bob Marley, ispirazione per una squadra che scendeva in campo contro il razzismo, l’ingiustizia sociale e il senso di inferiorità causato da secoli di sofferenze e sfruttamento.

We were setting standards that future West Indies generations could be inspired to – Deryck Murray

Questi eroi del cricket furono in grado di ispirare le giovani generazione delle West Indies, cambiare il livello di professionismo nello sport e godere anche di qualche dedica musicale. Tra il 1980 e il 1995 i Windies restarono imbattuti in ogni test cricket disputato.

La storia di questa squadra dimostra che la lotta contro Babylon passa attraverso consapevolezza, perseveranza e anche palle veloci come proiettili.

Playlist con alcune delle dediche per Windies, giocatori e cricket:

Photo credits: Jenks24 – Own work, CC BY-SA 3.0 / “Playtime at Trench Town, 1965” from the collections of The National Archives

 

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Chiara Nacchia

Chiara fa parte della famiglia di Sbeberz ormai da qualche anno. Coordinatrice della redazione, autrice di Island Pop e parte dello staff organizzativo di Reggaeradio, sa tutto quello che succede sull'Isola in tempo quasi reale. Dancehall lover to di bone, pseudo germanista e con background in politologia, può essere rintracciata a spasso per Berlino o mentre legge "Tell Me Pastor" sul Jamaica Star online.

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