Jah Shaka mi ha fatto iniziare bene il 2017

Non sapendo bene come approcciarmi a un evento come quello svoltosi il 5 gennaio 2017 al Live di Trezzo, ho deciso di affrontare questo report lavorando sul flusso di coscienza lisergico dell’esperienza dub.

Buon divertimento…

Odio il freddo con tutto me stesso.
Ogni volta che c’è il passaggio dell’anno, quando il sole si fa sempre più nascosto e devi coprirti come pochi per uscire, il mio stato d’animo subisce un brutto colpo. Penso sempre che gli animali abbiano maturato una saggezza atavica nel concetto di letargo e che noi umani siamo ancora alle prime armi.
Ci estingueremmo, se non fosse per la nostra infinita voglia di procreare.
Gli ultimi giorni del 2016 sono stati piuttosto intensi, per non dire sfiancanti. Ho subito una perdita importante in famiglia e ho visto gente che amo e a cui voglio bene soffrire molto.
Quando Giki e Martina arrivano nella mia tana (dove purtroppo non pratico il letargo) è già gennaio 2017 ed è già sera, seppure l’orologio segna solo le 17:00.

Giovedì. Il primo giovedì di Milano all’alba di un nuovo anno.

La presenza degli amici è quello che ci vuole perché l’istinto porterebbe a una forte autodistruzione. I primi pensieri sono quelli di restare chiuso in casa a farsi male, a gonfiare gli occhi iniettando veleno nelle pupille senza forza per combattere i propri demoni.

La presenza degli amici è terapeutica.

Il tempo scorre e la serata avanza. C’è una soluzione all’apatia e la soluzione viene dall’Inghilterra, prigione per alcuni, isola raffreddata per molti che hanno lasciato le coste caraibiche e che hanno dovuto sopravvivere nel regno della regina che ha rubato il vessillo del leone. Perché è così che cantava Ini Kamoze: “I gave ya the lion on ya shilling”
Lasciamo le luci della città di Lambrate e seguiamo la strada cupa verso Trezzo D’Adda. Al live club questa sera, questo 5 gennaio 2017, non ci aspetta nessuno. Siamo noi che andiamo alla ricerca di un suono particolare, potente, in grado di liberarci per un po’ dai brutti pensieri, dalle ansie, dal tempo che passa.
Non ho mai visto Jah Shaka dal vivo. Non so cosa aspettarmi.
Gli amici mi spiegano che sarà lui a comandare l’impianto e che insieme a lui ci sarà anche Imperial Sound e Dread Lion Hifi. Al nostro arrivo, in un posto che mi sembra più lontanto del solito, tra muri di centri commerciali deserti e inquetanti modelli Ikea lasciati crescere sull’asfalto, si sente già la musica.
Ciò che rende speciale una serata con il sound è il percorso. La marea che si alza a 360 gradi. Dalle persone che piano piano riempiono il posto, alle casse che vibrano sempre più forte, al carisma di chi sta dietro ai piatti.
Cominciano ad arrivare altri amici, altri conoscenti, altri visi famigliari. Cominciano a ballare le prime ragazze, loro che hanno la capacità di ondeggiare sui bassi fino a diventare sempre più belle.
 Ne noto una a cui vorrei sorridere, poi un’altra, poi un’altra ancora (biondissima) a cui vorrei dire che sì, sto migliorando, le vibes mi stanno facendo sentire bene. 
L’attesa è nel volume e nell’arrivo di Shaka. L’attesa è bella se dura quanto deve durare, se non è troppo costante come l’inverno, ma se, come la primavera, suggerisce già che presto arriverà il calore. E dunque un po’ si sta fuori a fumare, un po’ si vive dentro, davanti al sound, con tutto il corpo affidato a quelle enoromi casse: bassi, medi, alti. L’algoritmo è corretto: 25kw. 
Quando arriva Shaka non è facile notarlo. I visual proiettati da Bassline Visual Lab amalgamano la sua piccola figura. Shaka non è grosso, non è alto, non è possente. Shaka è calmo e rilassato, pronto. 
Jah Shaka forma il proprio sound nei ’70, il suo nome ricorda quello di Shaka Zulu, il guerriero.
 In terra albionica lui è il guerriero che sconfigge tutti gli sfidanti a colpi di dub e bassi, li sconfigge con l’amicizia e il rispetto da parte della comunità giamaicana. Dalle radici prende la forza e roots sound rimane, producendo musica sulle orme di King Tubby e Lee Perry. 
Johnny Clarke, Max Romeo, Horace Andy hanno contribuito a questa forza: i loro nomi sulle produzioni di Shaka sono stati fondamentali per creare il suono dal cemento, riportando la giungla in quella che è l’impero assoluto di Babilonia, Londra.
Un piatto solo per lui, un disco alla volta. 
Shaka alza il volume e anche se non dovrei, mi giro verso la console.
Perdo definitivamente di vista la ragazza biondissima, vengo rapito dai movimenti di questo piccolo uomo dal grande carisma che lentamente sistema i volumi e cambia il disco. Disco dopo disco, fermandolo, creando un vuoto silenzioso riempito dalla folla per poi ripartire, sempre più forte, sempre più in alto. Quello che fino a poco fa mi sembrava un mondo notturno e buio ora si trasforma in un orizzonte chiaro, estremo come il sole che sorge, intoccabile.
 Sento la mia cassa toracica vibrare, i polmoni ripulirsi piano piano e la testa evaporare leggera. Sento le ossa che prendono consapevolezza del midollo, gli occhi e i piedi perfettamente in equilibrio e vorrei addormentarmi stando sveglio perché in quel momento ho la precisa sensazione di stare bene. Non solo io, tutti. Tutti intorno a me stanno bene, molto bene, e penso che forse in questo modo per un momento in un posto sperduto e piccolissimo del mondo, alla periferia di Milano, nessuno ha voglia di fare la guerra, di fottere il prossimo, di mandarsi a fanculo o di soggiogare l’altro. Nessuno darebbe ordini o ringhierebbe. Nessuno si tirerebbe indietro dalla possibilità di volersi bene, prima verso se stesso e subito dopo verso gli altri.
Jah Shaka ogni tanto prende il microfono e racconta parole che per me non hanno molto significato (non sono mai stato un cultore del rastafarianesimo…) ma che suonano talmente bene che quasi assumono alle mie orecchie significati diversi da quello che sono. Sembra quasi che invece di elogiare e celebrare il re dell’Etiopia, Shaka dica: non ti preoccupare che per ora va tutto bene. 
La session finisce all’alba. I miei polmoni scossi sembrano intonsi, come se non avessero mai assorbito fumo. La mia testa è libera dai pensieri negativi e autodistruttivi. Il rasta sottile chiude dicendo a tutti di stare attenti al prossimo, di prendersi cura degli altri e dei bambini perché essi sono il futuro. Parole non certo originali, ma coerenti con la serata appena trascorsa.
Perché sì, anche se ovviamente non ce n’è neanche uno presente, penso che anche i bambini dovrebbero assistere a uno spettacolo di questo tipo, anche loro dovrebbero provare queste sensazioni e viverle finché sono ancora piccoli e curiosi.

Prima di tornare a casa, ci fermiamo a parlare un po’ con alcuni veterani della scena torinese. Marco Dread, Lion Warrior e altri che viaggiano da tempo nel mondo dei sound.
 Ci scambiamo opinioni e facciamo il pieno di buoni consigli. 
Senza fretta riprendiamo la strada verso Lambrate. Il letargo non mi sembra più una così valida soluzione, visto che Jah Shaka mi ha fatto iniziare bene il 2017, aiutandomi a superare i freddi pensieri della mia coscienza.

A cura di Jacopo Rudeboy

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