S01E02 – 13TH | #BlackLivesMatter

L’eredità del razzismo

Gli Stati Uniti ospitano il 5% della popolazione mondiale ma sono anche la prigione del 25% dei detenuti mondiali: dal 1972 ad oggi il numero dei carcerati è cresciuto da 200 mila a 2 milioni e 300 mila trasformando il Nord America nel Paese con la più alta percentuale di incarcerazione al mondo.

Questi sono i dati che mi vengono sbattuti in faccia appena inizio a guardare 13TH, il documentario di cui vi parlo questo mese e che vi consiglio caldamente di guardare. Il secondo punto che richiama la mia attenzione è qualcosa che delinea immediatamente il tono e l’argomento fondamentale del film: il riferimento all’abolizione della schiavitù tramite il XIII emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America. Il sistema carcerario statunitense e l’emancipazione degli schiavi possono apparire come due discorsi ben distinti e separati, ma quello che il documentario ci propone è invece una lettura di insieme dei due fenomeni che scopriremo qui essere legati molto più strettamente di quanto immaginiamo.

Section 1.

Neither slavery nor involuntary servitude, except as a punishment for crime whereof the party shall have been duly convicted, shall exist within the United States, or any place subject to their jurisdiction.”

Questo è il testo del XIII emendamento che nel 1865 abolì la schiavitù all’interno degli Stati Uniti o in qualsiasi luogo soggetto alla loro giurisdizione.

Ma è davvero così? Procediamo a piccoli passi.

L’atto di rendere incostituzionale la schiavitù fu il frutto di un lungo processo di elaborazione politica e sociale che attraversò diverse fasi non prive di contraddizioni e difficoltà. I princìpi introdotti con le grandi rivoluzioni che inaugurarono l’epoca contemporanea – quella del 1776 in America e quella del 1789 in Francia – emergevano in una società in cui il sistema schiavista era il principale motore della globalizzazione postmoderna. Valori come uguaglianza, diritto alla vita e libertà sanciti nella dichiarazione di indipendenza del 4 luglio, non erano applicabili a tutti i membri della comunità, sicuramente non lo erano per gli schiavi che non appartenevano alla “popolazione libera” e che non potevano quindi rientrare nello status di cittadini. Tale istituzione doveva essere mantenuta perché era una scelta economicamente necessaria per soddisfare i crescenti interessi capitalistici delle élite dominanti. Il razzismo in tutto ciò giocava un ruolo fondamentale perché produceva una giustificazione, una legittimazione naturalistica dell’inferiorità di alcune etnie e ne giustificava il dominio da parte della classe dominante.

Tip – in questo periodo (1866) nasce il primo Ku-Klux Klan, pochi anni dopo il movimento viene dichiarato illegale ma nel 1915 grazie al film “Nascita di una nazione” di David W. Griffith che dipingeva positivamente il KKK, ci fu una rinascita del movimento con le tristi conseguenze che tutti conosciamo.

Scappatoie

Il documentario congiunge con una linea retta il 1865 al 2017. Partendo dall’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, pone l’accento su quello che possiamo definire invece il suo processo di trasformazione lungo 160 anni; si tratta di una tesi piuttosto dura e difficile da digerire, ma che acquista forza e senso logico se si considera l’istituzione schiavile come il sistema economico trainante della società americana (e non solo) tra il XVI e il XIX secolo. Se al Nord le prime leggi che miravano ad una graduale abolizione entrarono in vigore già a partire dal 1804, con la conseguente chiusura della Tratta nel 1807, negli Stati del Sud invece che basavano la propria economia sulle piantagioni, la pratica continuava non solo ad essere esercitata ma anche ad espandersi. Il problema della schiavitù fu infatti uno dei fattori che alimentarono le tensioni tra Nord e Sud fino allo scoppio della Guerra di Secessione. I risultati li conosciamo tutti, ciò che invece può essere meno scontato è che le nuove forme di coercizione come il lavoro forzato istituite negli stati meridionali, furono parte di una strategia volta a limitare i danni che l’emancipazione avrebbe comportato alla loro economia.

chain gang labor erano gruppi di prigionieri incatenati assieme e costretti a lavorare in condizioni disumane del tutto identiche a quelle della schiavitù. Se le giustificazioni per un simile sistema variano dalla punizione per i crimini commessi, al pagamento del debito con la società e dei costi del proprio mantenimento in carcere, la verità è che tutto ciò era semplicemente una nuova iterazione dello schiavismo: non a caso gli Stati in cui tale forma di punizione veniva praticata erano quelli del Sud (Louisiana, Texas, Alabama, Virginia) e non a caso la quasi totalità dei lavoratori in catene erano neri. Ciò che colpisce maggiormente è il fatto che questa situazione fu resa possibile proprio dal XIII emendamento. Analizziamone nuovamente il testo: “Neither slavery nor involuntary servitude, except as a punishment for crime whereof the party shall have been duly convicted, shall exist within the United States, or any place subject to their jurisdiction.”

La semplice frase che ho evidenziato fornì la scappatoia che concesse agli Stati del Sud di continuare a praticare lo schiavismo in modo legale applicando l’emendamento come strumento di controllo e discriminazione della popolazione afroamericana. Fu in questo periodo infatti che il mito del “negro criminale” inizio a consolidarsi nell’immaginario collettivo e diede luogo alla prima incarcerazione di massa di afroamericani, arrestati nella maggior parte dei casi per crimini minori come il bighellonaggio e il vagabondaggio. La situazione era ovviamente paradossale perché ciò era la logica conseguenza di trovarsi da un giorno all’altro sì liberi  e senza padroni, ma anche senza un lavoro né una posizione sociale definita all’interno della società dalla quale erano categoricamente esclusi per via della segregazione razziale.

Il sistema dello schiavismo era tutt’altro che finito, sfruttando un piccolo cavillo si ebbe semplicemente una sua rielaborazione la quale consentì agli stati della Confederazione di mantenere il controllo sulla popolazione afroamericana.

Continuando a guardare il documentario il quadro generale che se ne ricava è agghiacciante: la messa al bando dei lavori forzati nel 1955 e il Civil Rights Act del 1964 che metteva ufficialmente la parola fine alla segregazione razziale, furono apparentemente passi importanti verso un cambiamento, ma l’analisi meticolosa che ci viene proposta attraverso le parole di storici, attivisti, avvocati e politici ci mette davanti ad una verità molto più complessa e a tratti oscura.

Law & Order

La retorica della lotta al crimine introdotta da Nixon è un elemento cruciale per comprendere la successiva trasformazione che interessò la politica e la società americana a partire dagli anni Settanta. I movimenti per i diritti civili, i movimenti pacifisti e la nuova posizione della popolazione afroamericana all’interno della società, non erano visti di buon occhio dalla parte più conservatrice del Paese ma rappresentavano un problema molto difficile da contenere in un momento storico in cui libertà e uguaglianza erano i temi portanti. La segregazione era finita, le disuguaglianze sociali andavano assottigliandosi grazie alle lotte di movimenti per i diritti civili, ciò nonostante gli anni Settanta videro una nuova ondata di incarcerazioni di massa a causa della durissima lotta al crimine del presidente Nixon. Rispetto della legge e dell’ordine, guerra senza quartiere contro droga e criminalità: Law & Order. Ma la lotta al crimine era solo lo specchietto per le allodole, l’obiettivo reale era ancora una volta il controllo ed è infatti in questo periodo che la droga inizia ad essere trattata come un problema di criminalità piuttosto che un problema sociale e di salute. Nello stesso periodo  il crimine inizia ad essere associato a determinati gruppi sociali indesiderati: dagli attivisti per i diritti civili agli Hippie con una particolare enfasi, come sempre, sugli afroamericani. Gli anni 70 vedono attuarsi la seconda grande incarcerazione di massa che porta in poco più di 30 anni ad un aumento dei detenuti negli Stati Uniti del 700%. La lotta al crimine di Nixon (e in seguito quella di Regan) prevedeva un trattamento particolarmente duro contro le droghe: marijuana, cocaina ed eroina erano diffuse proprio in quella parte di popolazione ritenuta scomoda e la criminalizzazione dell’uso o del semplice possesso fu il pretesto per infliggere l’ennesimo durissimo colpo a quei principi di libertà e uguaglianza scolpiti nella carta fondativa degli Stati Uniti. Come potete immaginare l’esito di questa politica repressiva portò a conseguenze catastrofiche all’interno di un gruppo sociale già svantaggiato da secoli di oppressione come quello della comunità afroamericana il quale ad oggi rappresenta il 13% della popolazione statunitense ma oltre il 60% della popolazione carceraria americana.

#BlackLivesMatter

Uno sguardo alla storia moderna e contemporanea degli Stati Uniti d’America ci può aiutare a comprendere meglio l’origine dei gravi problemi di discriminazione che affliggono gli States. Il razzismo istituzionale è una realtà e disuguaglianza e discriminazione razziale sono il suo prodotto: in America 1 nero su 3 finirà in carcere nel corso della propria vita (per i bianchi la probabilità è di 1 su 17) e in prigione i detenuti vivono in condizioni molto vicine alla schiavitù: vengono maltrattati, sono costretti a vivere in condizioni disumane chiusi in gabbie senza finestre in strutture finanziate e costruite dalle stesse aziende che hanno foraggiato partiti e politici che negli ultimi 40 anni hanno promulgato leggi severissime con l’unico scopo di aumentare la popolazione carceraria. In tutto ciò non esiste possibilità di redenzione: chi finisce in galera o non ne esce più o ne esce compromesso per sempre.

Tutto ciò è reso possibile dalla discriminazione razziale che oggi, come all’epoca della piantagioni di cotone e delle chain gang, fagocita intere comunità. Il razzismo negli ultimi 4 secoli invece di scomparire ha semplicemente cambiato pelle fino a diventare quasi irriconoscibile ma è una realtà di cui non possiamo e non dobbiamo dimenticarci, e grazie al lavoro di attivisti e movimenti come Black Lives Matter forse c’è ancora qualche speranza di cambiamento.

 

Mi piacerebbe davvero che guardaste 13TH. Credo sia uno di quei film che vanno visti perché sono importanti e ci aiutano a farci un’idea più precisa di una realtà che troppo spesso non vediamo, che sentiamo lontana o che sentiamo non appartenerci. Ma è un errore pensare che queste cose non ci riguardino perché la libertà è un valore in cui noi tutti ci riconosciamo e di cui tutti vorremmo poter godere ogni giorno ma purtroppo per molti non è così anche oggi, anche molto più vicino a voi di quanto pensate: gli stessi meccanismi si ripetono ovunque, le stesse violazioni ai diritti fondamentali si ripetono ogni giorno anche vicino a voi. Se non sono i neri sono i poveri, sono le persone con problemi di droga o quelle che hanno qualcosa di scomodo da dire e che vengono messe a tacere, le persone che vivono ai margini della nostra società perché vi sono confinate da chi le ritiene pericolose per l’ordine costituito. Guardate bene attorno a voi e ve ne accorgerete.

Dedico queste poche righe a Stefano Cucchi e alla sua famiglia.

 

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Paolo Delly De Cecco

Prolisso nel parlare, pigro nel fare, procrastinatore ma anche pignolo e, soprattutto, caustico. Ama il cinema, i videogiochi, la musica e le persone che hanno davvero qualcosa da dire. Gli piace scrivere. Odia più o meno tutto il resto, quindi se non siete nella lista delle cose che ama, beh... Avete capito.

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