Di quella volta al Golden Gai di Tokyo e la mia intervista con Bim One

Quando racconto agli amici che ho passato una serata in un bar a Milano di camerunesi a bere Double Black e a mangiare maiale piccante cotto alle tre del mattino, tornando a casa alle sei dopo un discorso tutto in francese sul vino di palma, di solito suscito sempre ilarità.

Fondamentalmente, il novanta per cento delle volte che mi ritrovo in qualche situazione assurda, non si tratta di un atto volontario, bensì di una serie di conseguenze a gesti e azioni. Uso appunto la forma passiva e dico che “mi ritrovo” perché nella maggior parte dei casi io voglio solo arrivare da un punto A a un punto B, come per esempio da un appuntamento di lavoro (punto A) a casa (punto B), ma questa linearità viene spesso interrotta da punti X Y Z che mi fanno fare le cinque del mattino di martedì.

Io volevo solo tornare a casa” è la frase cardine che sintetizza tutta questa premessa.

In questo caso, e non si tratta della storia del Double Black (quella un’altra volta oppure offritemi da bere che ve la racconto tranquillamente), in questo caso dicevo il mio punto A era casa e il mio punto B era il Giappone. Dovevo andare a Tokyo per recuperare le tavole originali di un noto disegnatore e portarle in Italia ai fini di una mostra che si sarebbe tenuta un mese dopo. Le regole erano semplici: spendere poco per il viaggio, andare a casa degli eredi del disegnatore, recuperare le tavole e portarle a casa senza farsi fermare al diabolico controllo bagagli di Haneda dove sono tutti incazzati all’idea che tu entri ed esci dal paese con preziose tavole come se fosse un fottuto buffet. Per spendere poco, dunque, a parte dormire in un hotel per quick business man in un quartiere serio e preciso, avevo prenotato un volo che mi permettesse il weekend free prima dello suddetta contorta e delicata missione. Per qualche strana ragione, il volo più economico e intelligente della British Airways per Tokyo prevede che tu arrivi il sabato mattina. Una volta atterrato, strafatto di fuso orario mi sono recato in zona hotel per sbrigare le scartoffie di prenotazione e mollare i bagagli. Nel momento stesso in cui i signori dell’hotel mi avvisano che sì posso mollare lo zaino e la cartelletta (viaggio leggero), ma non posso ancora entrare in camera perché sono le nove del mattino, realizzo che è sabato e sono a Tokyo.
Non che fosse la prima volta, intendiamoci.
Era la mia sesta trasferta, per motivi sempre disparati, ma comunque di lavoro e solo in rarissimi casi avevo potuto girarmi la città senza pensieri. Questa volta era sabato. A Tokyo.

Tokyo è una città con i contro coglioni. La prima volta che ci arrivi ti sembra di atterrare sulla luna finché piano piano di abitui e ti alieni anche tu in una pace mentale che ti permette di ottenere tutto con discreta facilità. Anche senza parlare la lingua, come me, che vado avanti solo con l’inglese stoico. Una cosa che in Giappone si può fare con estrema facilità, ma che bisogna assolutamente evitare di fare è bere come un alcolizzato i cui drink li paga Antonio InokiPer evitare di cadere in questa situazione, ho passeggiato per la città rilassandomi nel quartiere di Ueno, visitando qualche libreria a Ikebukuro, finché a ora di pranzo decido di andare da Dub Store a Shinjuku. Mi rendevo conto, mentre ondeggiavo sulla metropolitana, che stavo rischiando grosso a passare il pomeriggio in un negozio di vinili. Per certi versi, nel mio caso, non è molto diverso da un bar. Madre di dio, pensai, almeno mi tengo lontano da ShibuyaArrivato al Dub Store, ho fatto il nome di un tale che sarebbe stato il mio contatto per poter passare il mio tempo in tranquillità senza dover impazzire con la lingua, ma purtroppo questo tizio quel giorno non c’era e aveva lasciato la gestione a un suo dipendente unicamente nippoparlante. Immaginatevi un rasta giapponese che gestisce un negozio di vinili con la flemma di un bradipo zen. E che parla solo giapponese.
Dopo gli imbarazzi iniziali, riesco in qualche modo a farmi mollare in magazzino nel delirio più completo di archivi e box a farmi i cazzi miei e a cercare i dischi.
Dopo tre ore e mezza esco con una selezione di dischi dalla modica cifra totale paragonabile a quella di una Aston Martin. Vado a memoria sulla mia disponibilità economica e taglio una buona parte dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Scremata delle tune più impossibili, la selezione era ancora troppo alta per il mio portafoglio. Arrivata a un livello decente, non mollando l’osso su una Soom T di Bim One e un paio di altre bombe rub a dub, vado alla cassa e in mezz’ora riesco a pagare.

Vita amara, vita agra.
Prima di me alla cassa si erano presentati dei soggetti sulla cinquantina con facce da super yakuza rudeboy e avevano recuperato delle tune esplosive con occhio di falco, spendendo l’ira di dio.
Con pochi soldi in tasca e non del tutto soddisfatto dal famosissimo negozio di vinili, mi metto a bighellonare per Shinjuku, notando con stupore che intorno a me si creavano capannelli di teenager giapponesi truccate come dei manga in fila davanti a sale prove, negozi e alberghi.
Chissà che cazzo combinano, mi chiedo, e nel farlo mi rivolgo a un tipo che fuma fuori da un negozio e che parla inglese.
Sono groupie fan di alcune band locali rock e pop che si pavoneggiano nel quartiere” mi dice.
Cioè sono tipo delle fan che stanno in giro in fila sperando di incontrare i musicisti?”
Esatto, cazzo.”
Alzo lo sguardo e mi rendo conto che il tipo con cui ho avuto questo scambio è il mitologico selecta Kazu del negozio di vinili Reggae Shop Nat.

 

Madre di dio, pensai. Ci siamo.
Inizio a parlare con Kaz come si fa nei veri negozio di dischi, raccontandoci un po’ com’è l’ambiente, facendo giare musica locale, nuovi gruppi, un po’ di dancehall. Mi racconta un sacco di curiosità sulla scena reggae giapponese (tirandomi fuori una versione di Sukiyaki di Sayoko con Beenie Man) e quando gli chiedo se ha produzioni Bim One in vinile, mi dice che conosce personalmente i produttori e poteva mettermi in contatto con loro. Mi sento molto a mio agio, mi prende bene l’idea di poter contattare Bim One per raccontarlo in Italia e per stabilire una connessione con una scena piuttosto interessante.
Però poi arriva il momento di tirare fuori la roba forte, che cazzo.
E la domanda diretta che faccio al selecta è di indicarmi dove posso trovare le bombe a mano.
Kaz ride, mi indica gli scatoloni e mi da un giradischi a mia totale disposizione.
Accomodati, ragazzo italiano”.
Ci passo le ore lì dentro e piano piano tiro fuori uno dietro l’altro un Johnny Osburne, una giovanissima Dawn Penn, Lady Ann, delirio sul Cus Cus riddim con Triston Palmer e una mina di Shinehad con Promises. Poi ancora Sister Nancy, Yellowman, Big Belly man Admiral Bailey, Burro… ore 19 ho in mano una serie di dischi terribilmente perfetta e terribilmente cara.
In tutto il pomeriggio sono stato praticamente l’unico cliente del Nat Shop, finché appare Keita, un amico del proprietario, con cui si stappano una birra. Sudo freddo e riesco bruciandomi il fegato a recuperare i dischi giusti senza svenarmi. E l’unico modo per farlo era investire l’anticipo che avevo percepito per il mio lavoro principale (vi ricordate punto A e punto B?) ovvero quello delle tavole originali, ovvero il mio quasi fottuto compenso per quello sbattimento.

Racconto tutto questo a Kaz, mentre batte impassibile i numeri sulla calcolatrice, sempre più alti, e quando mi presenta il conto, saldo con freddezza fingendo stabilità. Il suo amico Keita se ne accorge e mi rassicura mostrandomi un disco di una cantate funk giapponese degli anni 80 che lui aveva appena comprato pagandolo quasi come un andata/ritorno Milano/New York.
Ci mettiamo seduti a chiacchierare ancora un po’. Racconto la mia passione per la musica giamaicana, racconto del mio viaggio. Mi chiedono di che artista e di quali tavole si tratta. Quando dico il nome del disegnatore mi chiedono di ripetere. Ripeto e mi chiedono di ripetere ancora, increduli.
Allora mostro il tatuaggio sulla spalla, essendo esso un disegno dell’autore i

n questione, e i due impazziscono. Delirio totale di pacche sulle spalle, di aneddoti e store su di lui, che pare fosse solito girare per Shinjuku e lavorare nei bar. Sono molto colpiti dalla cosa e vogliamo continuare a parlare di musica, illustratori, tatuaggi… così mi chiedono se mi va di andare a mangiare con loro in un ristorante cinese e io ne sono entusiasta. Kaz chiude il negozio, io mi carico i dischetti e insieme a Keita ci rechiamo al Golden Gai, il quartiere della vera Tokyo, pieno di baretti, bettole e dove è vietato fotografare e filmare. La cazzo di “città proibita” della vita notturna.

I ragazzi mi portano in questo ristorante cinese frequentato solo da balordi con tre tavoli messi in un corridoio e una stanza da letto usata come cucina. Sembrava di stare a casa di un cinese a Napoli.
Mi invitano a mostrare il tatuaggio ad alcuni ceffi seduti vicino a noi e ottengo approvazione. Iniziano a usare un gergo che mi spiegano poi essere “da yakuza” e ho capito che da adesso si balla. Roba piccante come se non ci fosse un domani e fiumi di vino cinese alla brutto dio.
Mangiamo e beviamo come spugne, ridendo, scherzando, raccontando serate e storie. Ci raggiunge anche Hiromi, una ragazza amica di Kaz super carina, spettinata e in tuta come se si fosse appena svegliata. Ben presto Hiromi sarà soprannominata “Ai-Chan” perché nel delirio alcolico la scambierò per la tipa di Yattaman, il cartone animato. Passato il ristorante cinese, mi portano in un bar dannatamente buio e con 6 sedie. L’arredamento risale probabilmente agli anni ’70 e i muri sono tappezzati di manifesti e disegni bellissimi. Alla prima occhiata potevi scambiarlo per la stanza di un vecchio punk fanatico di manga. Poi la fila di alcolici e il giradischi vicino al bancone lo hanno reso il jolly della serata. I ragazzi mi spiegano che questo è il bar famoso dove il nostro artista si fermava sempre a bere, fumare e disegnare. Tutto il bar è a tema, tutto ricorda i suoi disegni, il suo mondo, la sua musica.
Brindiamo a tutto il possibile, cantiamo e facciamo casino. A una certa mi rendo conto che Kaz gira in ciabatte per la strada, Hiromi in bici tutta storta (lì è diventata “Ai-Chan”) e Keita è piegato in due. Sono le cinque del mattino quando inveiamo contro la polizia e intoniamo Informer di Lady Ann all’angolo della strada prima di prendere la prima metro del mattino.

Cazzo.
Con il gruppo di Shinjuku siamo rimasti in contatto, ovviamente, e Kaz ha mantenuto la parola e mi ha fatto conoscere i ragazzi di Bim One ai quali ho fatto questa intervista.

LEGGI L’INTERVISTA QUI

E dire che io dovevo solo prendere le tavole e tornare a casa.

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Jacopo Rudeboy

Personaggio sinistro particolarmente cinico e scostante. Ha iniziato in radio con un il format Rudeboy Salute su Burger Radio portando il reggae in una radio rap per poi finire a Rasta Radio a portare il rap in una radio reggae. Anarchico, sboccato, streight outta Lambrangeles, è arrivato insieme al suo compare Duke The Nightwalker alla 3 stagione di Flatbush su ReggaeRadio.it, l’unico programma radio ascoltato sia dai rasta che dalle gang salvadoregne. Per la redazione scrive di donne con la rubrica Gyal Powder oltre che altri eventi vari quando non è in giro a fare danni con qualche altro spostato. Hunter Thompson ha detto di lui… proprio niente.

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