Esce il 9 febbraio il nuovo libro “Bob Marley: In This Life – Viaggio attraverso le parole del mito”

Reggaeradio sta celebrando la nascita di Bob Marley con una serie di speciali dedicati all’icona mondiale della musica che cominciano oggi 6 febbraio, nella data della nascita, e continueranno per tutta la settimana. Non poteva mancare la presentazione di questo nuovo libro che uscirà a breve, e un botta e risposta con l’autore Federico Traversa.

È questione di giorni e il nuovo libro dedicato al king della reggae music sarà disponibile per tutti. “Bob Marley: In This Life – Viaggio attraverso le parole del mito” (224 pagine, 18 euro, Chinaski Edizioni ) uscirà il 9 febbraio e approccerà la superstar partendo esattamente dalle sue parole. Federico Traversa a.k.a. F.T. Sandman ha infatti raccontato la vita e il pensiero di Robert Nesta Marley raccogliendo e traducendo le sue interviste per dare ai fan e agli amanti dell’artista giamaicano un modo di conoscerlo privo di filtri, se non quello della traduzione necessaria e utile.

Spiritualità, musica, ricordi e carriera sono tutti temi che vengono toccati nella ricostruzione che Sandman offre nelle 224 pagine nate dalla collaborazione con artisti e amanti della sua musica. Bunna, Alberto Castelli, Alborosie, Alpha Blondy sono solo alcuni dei nomi del reggae presenti nei libro e desiderosi di raccontare il loro legame con la musica e l’eredità di Bob Marley.

“Bob Marley: In This Life” sarà acquistabile nei negozi, su Amazon e altri online store. Per chi desiderasse la copia autografata, il link diretto è proprio la casa editrice Chinaski.

Reggaeradio incontra Federico Traversa

RR: Parlando subito di Bob Marley: qual è la tua canzone preferita?

F.T.: Beh la canzone di Marley preferita…Cambia sempre. Ciclicamente il pezzo preferito cambia. C’è stato un periodo che era “Africa Unite”, poi è diventato “Hambush in the Night”. Poi c’è stato il periodo di “War”. Un po’ a seconda delle mie fasi. Adesso ti direi…difficile…comunque “Coming from the Cold” anche perché all’interno del suo testo nasconde il titolo del mio libro.

RR: Qual è il tuo primo ricordo legato alla musica reggae?

F.T.: Il mio primo ricordo legato alla musica reggae è davvero personale perché io da piccolino ero solito girare spesso in macchina con i miei genitori. Mio padre è un amante della musica. Ascoltava un po’ di tutto, da Celentano ai Doors, dai Rolling Stones, a Elvis Presley. Mia madre invece la musica sembrava odiarla tant’è che tutte le volte che mio padre metteva una cassetta “Abbassa il volume”, “Spegni. Un po’ di silenzio”, eccetera eccetera. Finché un giorno, mi pare fossimo all’Isola d’Elba, mio padre mette dentro questa cassetta, parte questo suono incredibile allegro, questa voce blueseggiante, e mia mamma guarda mio papà e dice “Alza il volume, alza il volume! Che bella questa canzone.” Inizia a canticchiarla. Ed era “One Love” di Bob Marley. E quello è stato il mio primo incontro con la musica reggae. È inutile dirvi che da allora Bob Marley per me è diventato un dio perché era l’unico che sapeva far cantare la mia mamma.

RR: Raccontaci un aneddoto figo relativo alla vita di Bob Marley.

F.T.: Beh la vita di Bob Marley è tutta un aneddoto figo. La cosa che a me più fa specie, mi fa più strano, mi fa sognare è l’osservare a St. Ann quelle colline fatte di arbusti, campagna brulla e isolamento. Ecco appunto le colline dove è nato Bob, mezzo sangue, povero, senza possibilità, senza istruzione ma con tanta ispirazione…Ecco pensare che un ragazzino, nato lì, nella Giamaica di quel periodo potesse poi diventare la prima star del Terzo Mondo e direi anche del mondo, secondo me è una cosa magica. Sembra quasi la storia di Gesù e della capanna. Ecco questa è la grande magia di Marley e secondo me l’aneddoto più incredibile della sua vita. Il fatto che un figlio sfortunato di una Giamaica isolata potesse diventare una voce che risuona da un chiringuito sperduto in Patagonia a quello bagnato dal mare tropicale dell’Indonesia. È incredibile.

RR: Quale citazione di Bob Marley influenza la tua quotidianità?

F.T.: Certamente “Babilonia non produce frutti.” Sono d’accordo completamente con Bob Marley. Questo sistema iniquo, questo sistema che fa del denaro l’unico obbiettivo, che non si pone come principale scopo il miglioramento delle proprio coscienze, l’empatia, il vivere assieme e benessere per tutti, è un sistema che per quanto produca ricchezza, ricchezza per pochi tra l’altro, non produce frutti, perché il vero frutto è proprio quando l’uomo riesce a elevare sé stesso alla riscoperta di quel divino che racchiude dentro di sé. E che fa sì che si possa migliorare e fondere a questo infinito cielo azzurro che è l’universo in totale armonia. E questo Babilonia non lo sa fare. E Bob l’aveva capito.

RR: Quali tra i figli di Bob Marley ti piace di più artisticamente?

F.T.: Ma sono tutti bravi, bravissimi. Io ho avuto la fortuna di collaborare con Ky-mani Marley ed è assolutamente straordinario. Proprio Alborosie chiacchierando una sera mi disse “quando viene Ky-mani in studio, non butto via niente, tengo tutto, bare, vocalizzi, quello che è, perché è come il maiale, non si butta via niente.” Perché tutto quello che fa è ricco di talento e capacita. E credo che poi in Ky-mani giochi anche un ruolo fondamentale il fatto di non essere cresciuto sotto la protezione rassicurante della Marley family. Lui fino a 18 anni ha vissuto a Liberty City a Miami, quindi una famiglia povera, mille difficoltà, il ghetto. Ha preso confidenza con la nascente scena hip hop quindi ha potuto sviluppare un suono e uno stile veramente suoi. Per questo Ky-mani forse, tra i figli di Bob, è il mio preferito. Detto questo Damian Marley è straordinario, il suo live con NAS è stato uno dei più belli che ho visto negli ultimi anni. Gli ultimi due ma anche tre dischi, perché anche “Mind Contol” era bello, di Stephen Marley. Julian fa cose pregevoli e Ziggy comunque pur non osando molto ha portato e continua a portare avanti l’eredità paterna con grande energia e voglia.

RR: Se Bob Marley fosse vivo con chi vorresti collaborasse?

F.T.: Se Bob fosse vivo vorrei collaborasse con Manu Chao. Il mio amico Manu che per me è proprio il Bob Marley latino. Ecco quei due hanno il dono di creare un musica che quando l’ascolti ti lascia una sorta di malinconico ottimismo, una voglia di stare assieme agli altri, una voglia di voler bene agli altri, di tendere la mano, di migliorare questo mondo, di sconfiggere questa Babylon. Ecco secondo me Manu e Bob insieme avrebbero potuto creare la colonna sonora di un mondo libero.

RR: Tra le cover di Bob Marley, qual è secondo te quella riuscita meglio?

F.T.: Cover di Bob Marley ne sono state fatte tantissime e pregevoli. Io forse per il significato politico della canzone e del gruppo che la reinterpretava direi “Johnny was” fatta dagli Stiff Little Fingers. Questa punk band di Belfast che lottava per i propri diritti e che fece una cover memorabile di “Johnny was”, anzi vi invito ad ascoltarla perché è proprio una bomba.

RR: Perché hai scritto questo libro?

F.T.: Una sera dopo aver assistito ai soliti dibattiti televisivi o a questo e quell’attento mi sono chiesto “ma di tutti questi casini che cosa ne penserebbe Bob Marley?” e così ho iniziato a girare per la rete a cercare le sue interviste, interviste magari in lingua inglese che poi ho cominciato a tradurre e alla fine man mano che traducevo e sentivo la voce di Bob mi rendevo conto che tante di queste cose non erano di pubblico dominio e magari un pubblico non avvezzo con la lingua inglese o magari troppo giovane non aveva mai ascoltato queste prese di posizione di Bob cosi ho deciso di scrivere il libro, per far sì che tutti potessero conoscere veramente come la pensava Bob Marley. Poi, siccome nelle interviste Bob spesso faceva riferimento alla religione Rastafari o a Haile Selassie o alla nascente scena reggae o allo ska eccetera eccetera ho pensato che fosse importate nella seconda parte del libro spiegare a quelli che magari non masticano queste tematiche che cosa sia il Rastafari, chi sia stato Haile Selassie e un po’ la nascita e diffusione della reggae music e questa è stata la seconda parte del libro. E poi nella terza parte ho chiesto a una serie di amici musicisti cresciuti con questa musica e che comunque amano e stimano Bob Marley che cosa abbia significato l’artista giamaicano nella loro crescita musicale. Ecco lì Manu Chao, Jaka, Bunna, il giornalista Alberto Castelli, Raphael, Piotta eccetera che mi hanno raccontano che cosa ha significato Bob per loro e sono veramente dei ricordi curiosi, e poi il libro si conclude con alcune poesie blues rappate che solitamente interpreto durante i miei reading che sono dedicate al reggae e a Bob Marley, due dei miei più grandi amori.

 

 

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Chiara Nacchia

Chiara fa parte della famiglia di Sbeberz ormai da qualche anno. Coordinatrice della redazione, autrice di Island Pop e parte dello staff organizzativo di Reggaeradio, sa tutto quello che succede sull'Isola in tempo quasi reale. Dancehall lover to di bone, pseudo germanista e con background in politologia, può essere rintracciata a spasso per Berlino o mentre legge "Tell Me Pastor" sul Jamaica Star online.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *