Il ragazzo della miniera – Tributo a Peter Abrahams

Il 18 gennaio di quest’anno il corpo senza vita di Peter Abrahams è stato ritrovato nella sua casa di Red Hills, zona collinare che sovrasta Kingston, raggiungibile lasciandosi la città alle spalle e proseguendo in direzione nord ovest. Non sapevo chi fosse, nome mai sentito ma lo riportava l’Observer e, un po’ per curiosità, un po’ per noia, ho letto il contenuto dell’articoletto dedicatogli. Mister Abrahams veniva celebrato come scrittore, giornalista e analista politico di valore. Attivo per molti anni su varie testate giornalistiche e sulla radio nazionale, veniva ricordato dalla presidente della Press Association of Jamaica come “a brilliant, incisive and analytical writer, whose significant output in the areas of literature and journalism marked him as a major contributor to Jamaica’s national development over the decades.”

Non è stato però il sentito omaggio dell’albo dei giornalisti dell’isola a farmi interessare alla storia, e neanche il fatto che durante la sua carriera avesse vinto il Musgrave Medal (prestigioso premio giamaicano conferito a personalità di spessore come, per fare alcuni nomi, Sly & Robbie, Lee “Scratch” Perry e Louise Bennett), ma piuttosto un dettaglio biografico piuttosto insolito, ovvero che il signor Abrahams fosse africano, più precisamente Sud Africano.

Probabilmente a causa della mia ignoranza o magari perché veramente non ci sono molti africani che si sono trasferiti in Giamaica negli ultimi 50 anni, questo fatto mi ha subito incuriosita, spingendomi ad effettuare una ricerca che inizialmente valutavo come abbastanza superficiale: il mio scopo iniziale era scoprire cosa lo avesse spinto a scegliere l’isola come nuova casa senza immaginare che ciò mi avrebbe portata a conoscere un autore di grande spessore.

Peter Henry Abrahams Deras è nato in Sud Africa nel 1919, in un quartiere povero di Johannesburg da padre etiope e madre sudafricana. Il colore della pelle lo aveva reso subito vittima del sistema di segregazione che avrebbe dato vita all’istituzionalizzazione del regime di Apartheid dal 1948. Appassionato di letteratura inglese, Peter comincia a scrivere già da ragazzino ma conscio della realtà sociale e politica, lascia il suo Paese a 20 anni imbarcandosi come marinaio in un viaggio che lo porterà prima a Londra e poi, appunto, in Giamaica nel 1956.

Per approcciare mister Abrahams ho deciso di leggere uno dei suoi primi romanzi, “Mine Boy”, uscito nel 1946 e considerato “The first modern novel of black South Africa” e una delle prime voci a raccontare il regime imposto dai colonizzatori europei ai sudafricani autoctoni.

“I became a whole person when I finally put away the exile’s little packed suitcase. When Mandela came out of jail and when apartheid ended, I ceased to have this burden of South Africa. I shed it.”

La storia è semplice nei modi, nelle parole e nella sintassi. Un ragazzo della campagna va in città per lavorare nelle miniere, viene “adottato” da una signora che ha una distilleria e uno spaccio illegale di alcol e si innamora di una ragazza nera che vorrebbe essere bianca. Nella sua semplicità il protagonista, Xuma (probabilmente lo stesso Abrahams), viene a contatto con il razzismo, la segregazione e le condizioni di sfruttamento per poi, in una sorta di Bildungsroman, liberarsi dell’iniziale accettazione del sentimento di inferiorità e mettere in atto la sua Resistenza. I dialoghi del giovane Abrahams sono realistici e profondi, sia quando dà voce a sé stesso, o alla sua gente, sia quando veste i panni del suo “amico” e capo irlandese Red. Uno dei momenti più forti della storia, a mio parere, si manifesta quando nel dialogo tra Red e la sua compagna, lei esprime un concetto che ho trovato di sorprendente attualità: “So many of the people who consider themselves progressive have their own weird notion about the native, but they all have one thing in common, they want to decide who the good native is and want to do good things for him. You know what I mean. They want to lead him. To tell him what to do. They want to think for him and he must accept their thoughts. And they like him to depend on them. Your Xuma makes an excellent “good native” for progressive folk, that’s why you like him.”

Peter Abrahams è arrivato in Giamaica nel 1956, per scrivere quello che poi è uscito come Jamaica: An Island Mosaic, e non l’ha più lasciata. Nella sua vita è stato vicino al movimento per i diritti civili, al panafricanismo, ha pubblicato libri, saggi e articoli. Il suo romanzo “Path of Thunder” è stato addirittura trasformato in un balletto in tre atti dal compositore azerbaigiano Gara Garayev e presentato per la prima volta nel 1958 al teatro di San Pietroburgo, all’epoca Leningrado.

A quanto pare, sebbene anziano, continuava ad essere attivo come giornalista e commentatore e lucido pensatore. Sarebbe stato bello averlo potuto incontrare di persona, sono giorni che immagino l’intervista.

“I don’t have to choose between being a Jamaican and being an African. I’m a human being first, and everything else afterwards. Jamaica did it. When you acquire a piece of land, when the people with love and hatred and resentment and appreciation take you as their own, then you’re at home.”

Nei giorni successivi alla mia scoperta, sono usciti altri articoli sulla stampa giamaicana. Non riportavano più tributi ma fatti di cronaca. Peter Abrahams non è morto per cause naturali ma è stato ucciso a 97 anni, avrebbe festeggiato 98 anni il 3 marzo. Un uomo è stato rinviato a giudizio.

Citazioni tratte da “Peter Abrahams: The View From Coyaba” da caribbean-beat.com

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Chiara Nacchia

Chiara fa parte della famiglia di Sbeberz ormai da qualche anno. Coordinatrice della redazione, autrice di Island Pop e parte dello staff organizzativo di Reggaeradio, sa tutto quello che succede sull'Isola in tempo quasi reale. Dancehall lover to di bone, pseudo germanista e con background in politologia, può essere rintracciata a spasso per Berlino o mentre legge "Tell Me Pastor" sul Jamaica Star online.

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