S01E03 Il processo del secolo | The People v. O. J. Simpson

Quando si tratta di documentari, serie TV o film, un filone che mi appassiona è il giallo. In modo particolare mi coinvolgono le opere tratte da fatti realmente accaduti: scoprire i retroscena che spesso non vengono percepiti pubblicamente, ascoltare le testimonianze delle persone coinvolte in un determinato fatto di cronaca, conoscere i fatti che hanno portato a determinate conseguenze o a svolte importanti nelle indagini, seguire i processi mangiandomi le unghie come se fossi lì in prima persona.

Se come me anche voi siete appassionati del genere, Netflix vi offre molto materiale per saziare la vostra fame di fatti di cronaca ed è per questo che a partire da questo mese ho deciso  di implementare una nuova sezione che troverete alla fine di ogni articolo dove vi darò qualche consiglio su programmi simili o di approfondimento che potete trovare su Netflix.

Inizio questo nuovo episodio dicendovi subito una cosa: American Crime Story è una bomba. Dovete guardarlo. Stiamo parlando di una serie che racconta uno dei fatti di cronaca più popolari ed emozionanti degli ultimi vent’anni e lo fa mescolando in modo eccelso una scrittura sopraffina, una regia di altissimo livello, le interpretazioni stellari di un cast da urlo e una colonna sonora perfetta. Se non mi credete date un’occhiata alla quantità abnorme di premi che ha vinto la serie.

Detto questo, le indiscutibili qualità del prodotto non sono l’unica cosa che mi ha spinto a volerne parlare.

Ricordo ancora le immagini del famoso inseguimento che vennero trasmesse alla televisione, ricordo mia madre che seguiva il processo, i telegiornali che ne parlavano. All’epoca avevo dieci anni, ero troppo piccolo per capire la natura e la portata dell’impatto che il così detto “processo del secolo” ebbe sulla società del tempo e, inevitabilmente, sull’immaginario collettivo e sul giudizio (e pregiudizio) che ancora oggi il mondo ha degli Stati Uniti.

Qualcosa però iniziavo a capirlo. Sentivo che c’era qualcosa di strano rispetto al solito nelle attenzioni che mia madre dedicava alla televisione ogni volta che si parlava del processo a O. J. Simpson, intuivo anche un diverso atteggiamento e un diverso approccio al caso da parte dei media; ma non era la prima volta che provavo quelle sensazioni, mi era già successo qualche anno prima. Era il 1991 e per settimane in televisione passavano costantemente le immagini di un altro fatto di cronaca: il violento pestaggio di un uomo disarmato da parte della polizia di Los Angeles. Quell’uomo era Rodney King e ciò che mi colpì in modo molto forte per la prima volta nella mia vita fu un dettaglio che non dovrebbe aver alcun peso, ma che lo ebbe allora e continua, purtroppo, ad averlo anche oggi: King era nero.

Il motivo per cui questo dettaglio mi colpì in queste occasioni è presto detto: mia madre è nera, i miei parenti sono neri e lo sono anch’io, anche se solo per metà. Non che non fossi abituato ad essere preso in giro da bambino, in fondo sono cresciuto in una realtà piuttosto piccola e le altre persone con questa pecularità che sono cresciute in realtà simili alla mia sanno bene di cosa parlo. Fino a quel momento però sinceramente il fatto di avere un colore di pelle diverso da quello degli altri non mi aveva mai creato grossi problemi salvo qualche epiteto sgradevole tra bambini dimenticato nel giro di pochi minuti, alla fine sono cose che capitano a quell’età e mentirei se dicessi che i miei amici mi hanno fatto sentire diverso, anzi è grazie a loro se oggi sono quello che sono: ho avuto la fortuna di incontrare alcune delle persone migliori che io conosca crescendo ad Osoppo, persone che stimo e a cui voglio bene e che mai una volta mi hanno fatto sentire in difetto per il mio colore della pelle, anzi. Ciò nonostante questi due fatti di cronaca per la prima volta mi posero davanti al problema dell’alterità e del razzismo e iniziai a dare molto più peso alle differenze ed anche alle parole.

Non mi si fraintenda, ero pur sempre un bambino e durante la mia infanzia e adolescenza io stesso mi sono comportato in modi di cui non vado fiero con altri coetanei partecipando agli sfottò nei confronti dei meno fortunati di me i quali venivano sistematicamente esclusi dalla cerchia per i motivi più disparati: c’era chi veniva preso in giro perché era brutto, chi perché era un po’ “lento”, chi perché puzzava, chi per nessun motivo particolare. Ero uno stronzo come la maggior parte dei bambini di quell’età e oggi che sono cresciuto vorrei chiedere scusa a tante persone e dir loro che mi vergogno e mi dispiace di come mi sono comportato.

Ecco perché ho scelto di parlarvi di The People v. O. J. Simpson.

Le sensazioni che provavo guardando la televisione con i miei genitori nel 1991 prima e nel 1994 poi non furono solo le mie. Quei due avvenimenti cambiarono per sempre la faccia della società americana e, di riflesso, anche quella occidentale nel senso più ampio del termine. Con il caso King e soprattutto con il  processo a O. J. Simpson i conflitti sociali legati al razzismo finirono in prima pagina in tutto il mondo, fu la prima volta in cui tutti poterono vedere coi propri occhi la brutalità della polizia americana: nel caso di King a seguito del pestaggio quattro poliziotti furono accusati di aggressione a mano armata e uso eccessivo della forza; tre furono assolti da ogni accusa, uno fu condannato solo per il reato di aggressione. Il verdetto fu la causa principale dei disordini scoppiati nel 1992 noti con il nome di Los Angeles Riots (e di cui abbiamo qualche esempio anche nella storia recente con i fatti di Ferguson). Il processo ad O. J. si colloca quindi in un periodo molto delicato e vede protagonisti ancora una volta il corpo di polizia di Los Angeles e la comunità nera. L’evento fu particolarmente sentito e generò tensioni molto forti, al punto che si temette una nuova rivolta popolare. Le argomentazioni cardine della difesa  si basavano sull’accusa ai danni della polizia di aver strumentalizzato e manomesso e/o prodotto prove false per incastrare Simpson solo perché nero. Quello che doveva essere un processo per omicidio si trasformò così in un processo alle forze dell’ordine grazie all’abilità del “Dream Team” della difesa che trovò il modo di rovesciare le sorti di una storia che sembrava già conclusa prima ancora di cominciare. La quantità di prove che incastravano O. J. Simpson era incredibile ma le falle nell’accusa e soprattutto nei loro testimoni furono altrettanto incredibili: era la prima volta che si usava il DNA in un processo per inchiodare il colpevole e, nonostante la quantità di prove organiche la difesa riuscì a smontare l’accusa su ogni punto a causa di numerose negligenze commesse dai tecnici forensi della polizia (come ad esempio usare delle lenzuola provenienti dell’abitazione della vittima per ricoprire i cadaveri). Poi ci furono le false testimonianze fornite dal detective Mark Fuhrman il quale venne incastrato da alcuni nastri audio in cui rivelava la sua indole razzista oltre all’abuso di metodi poco ortodossi come la violenza e l’inquinamento delle prove nello svolgimento dei propri doveri. L’ultima colpo che fu letale per l’accusa arrivò dalla famosa prova dei guanti a cui venne sottoposto Simpson: i guanti furono trovati sul luogo del delitto da Mark Fuhrman ed erano coperti di sangue appartenente alle vittime e, pare, di O. J. ma, quando gli venne chiesto di provarli davanti alla corte e alla giuria (composta prevalentemente da black people) i guanti erano troppo piccoli. Un errore clamoroso dell’accusa che portò ad un vantaggio decisivo della difesa che, grazie alle doti oratorie di Johnnie Cochran si assicurò l’assoluzione da ogni imputazione con la celebre frase “if it doesn’t fit you must acquit” (se non calza dovete assolverlo)

Tip: mi dispiace ma la storia non può essere considerata spoiler. Sì, O.J. Simpson è stato assolto da ogni accusa anche se in seguito in un secondo processo è stato condannato a risarcire le famiglie delle vittime e ora è in carcere con l’accusa di rapina e sequestro di persona. FORSE uscirà per buona condotta o libertà sulla parola nel 2017. 

Se volete un mio parere personale (tanto ve lo do anche se non volete) mi risulta davvero difficile credere nell’innocenza di O. J. Simpson; un uomo con problemi di alcol e di gelosia morbosa che combinati assieme spesso portavano a liti molto violente con sua moglie che per diciassette anni di matrimonio ha subito maltrattamenti, umiliazioni e abusi verbali e fisici che sono continuati anche dopo il divorzio.

Personalmente credo che nel processo del secolo non ci sono stati vincitori ma solo una grande sconfitta: la giustizia. Credo che in questo caso sull’onda del malcontento popolare nei confronti di un sistema di giustizia palesemente corrotto e tendenzialmente razzista si sia perso di vista il punto centrale della questione: il processo doveva servire a giudicare un reato di omicidio commesso da una persona ai danni di altre due; la questione razziale doveva rimanere fuori da quell’aula ma così non è stato e, anzi, il razzismo è stato la pietra angolare su cui la difesa ha impostato la sua intera argomentazione schivando completamente le accuse di omicidio approfittandosi in modo secondo me vile della comunità nera che in quel periodo era particolarmente suscettibile visti i recenti trascorsi: la polizia è razzista e O. J. Simpson è innocente in quanto nero. Il verdetto di non colpevolezza dell’imputato in questo caso più che come una decisione presa in base alle prove fornite dall’accusa – che normalmente sarebbero state schiaccianti – suona come un messaggio diretto alle istituzioni e alle forze dell’ordine da parte di una giuria (che vi ricordo essere stata in prevalenza nera) incapace di giudicare il caso con distacco e freddezza facendosi invece trasportare dalla rabbia e da un sentimento di rivalsa contro un sistema visto come oppressore di una minoranza perseguitata. Tutte ragioni comprensibili se vogliamo, ma certamente non era questo il luogo e il momento più adatto per porre una questione così delicata perché in gioco c’erano delle vite umane: due persone, due esseri umani, sono stati brutalmente uccisi e nessuno ne ha davvero pagato le conseguenze. Finché non riusciremo a capire che una vita ha lo stesso valore indipendentemente dal colore che ha, cadremo sempre in questi errori, bianchi o neri non ha importanza, qualcuno ne pagherà sempre le spese.

Ti è piaciuto? Guarda anche…

American Crime Story  ripercorre in 10 puntate le diverse fasi del processo in modo davvero magistrale, se vi è piaciuta allora dovete assolutamente guardare Making a murderer (trailer), un documentario a puntate che racconta del caso di Steven Avery, incarcerato per 18 anni per un reato che non ha mai commesso. Parla di pregiudizi, delle falle del sistema di giustizia americano e delle incredibili vicende che hanno caratterizzato la triste storia di un uomo qualunque colpevole solo di non potersi garantire una difesa in tribunale… o forse no? A voi decidere!

Se invece dopo tutto questa pesantezza volete qualcosa di più leggero vi consiglio DOPE (trailer) Un film divertente che racconta la storia di un boy in the hood un po’ particolare: Malcom è un geek appassionato di rap anni 90, è il leader di un gruppo punk e uno studente modello, tutto ok fino a quando, dopo una serie di rocambolesche vicissitudini, si ritroverà – suo malgrado – a dover spacciare droga senza sapere nemmeno che cosa sia. Un viaggio assurdo dentro e fuori i soliti schemi del pregiudizio del ragazzo nero del ghetto con una colonna sonora da panico e A$AP Rocky e Tyga che fanno gli spacciatori, ma che volete di più?

Paolo Delly De Cecco

Prolisso nel parlare, pigro nel fare, procrastinatore ma anche pignolo e, soprattutto, caustico. Ama il cinema, i videogiochi, la musica e le persone che hanno davvero qualcosa da dire. Gli piace scrivere. Odia più o meno tutto il resto, quindi se non siete nella lista delle cose che ama, beh... Avete capito.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *