Reggaeradio meets David Rodigan

David Rodigan non ha bisogno di presentazioni. Programmi radiofonici, serate in ogni angolo del pianeta, clash storici, ditene una e Rodigan l’avrà sicuramente fatta. Di recente ha pubblicato un libro, Rodigan, My Life in Reggae. E’ la sua autobiografia ma è anche un’autobiografia della musica che tanto amiamo.

Abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo prima di una sua serata a Milano e ne è uscita fuori una chiacchierata di quasi un’ora tra storie, aneddoti, dubplates speciali e programmi futuri.

RR: Quando hai deciso di scrivere un libro sulla tua vita nel mondo del reggae? E com’è stato il processo creativo?

DR: Ho deciso di scriverlo due anni fa, quando prima di un suo show Damian Marley mi ha suggerito l’idea. “La nostra musica è importante e ha una grande storia alle spalle, e tu hai vissuto attraverso questa storia e tutti i suoi cambiamenti – così mi ha detto – sei stato in Giamaica moltissime volte e hai conosciuto mio padre, dovresti scrivere un libro”. David Rodigan and Damian Junior Gong Marley

E così ho lavorato al libro insieme a Ian Burrel, un giornalista del The Independent con grande esperienze e un’ottima conoscenza della musica, e insieme abbiamo registrato ore e ore su cui lui ha lavorato e che abbiamo poi sistemato e risistemato insieme. Gli sono davvero molto grato per la sua dedizione a questo progetto.

Quando ci sembra pronto l’abbiamo dato ad un agente e in tempi molto rapidi abbiamo ricevuto l’offerta dell’editore per pubblicarlo.

RR: Il libro è stato quindi scritto prima di avere un accordo con una casa editrice?

DR: Si esatto. Ci è sembrato, in base ai molti pareri di persone dell’ambiente, che non sarebbe stato difficile trovare un editore, e infatti è andata così.

Mentre sto per fargli la terza domanda David riceve una telefonata cui, mi dice scusandosi, deve assolutamente rispondere, ‘soundsystem business’. Il video di Lloyd Coxsone è appena stato pubblicato online…

RR: Con l’uscita del libro stai facendo parecchie interviste, tra cui una sugli schermi della BBC in cui raccontavi delle regole di un soundclash. Com’è stato parlare di un argomento così speciale su un canale nazionale?

DR: Ti riferisci sicuramente al programma ‘This week’, che si occupa delle notizie politiche della settimana per la BBC. E’ uno show molto interessante e hanno sempre un ospite che non venga direttamente dal mondo della politica. Con me l’idea originale era di fare un paragone tra le regole di un soundclash e le regole di un dibattito tra politici: quali sono le regole d’ingaggio e i comportamenti considerati accettabili. Avrei dovuto anche dire, e purtroppo questa parte non è andata in onda per problemi di tempo, quale politico avrei scelto per farmi da mc ad un clash. Visto che non ho avuto tempo lo dico a voi, avrei scelto Dennis Skinner, un comunista che è membro del parlamento da moltissimi anni, un ottimo politico e un grande oratore.

 

David Rodigan intervista libroRR: Parlando di soundclash, è girata la notizia che non sarai più attivo nell’arena dei clash, è vero?

DR: No, non è vero. E’ un po’ che non partecipo ad un soundclash perché non voglio competere contro sound giovani e ho già clashato con tutti i grandi. Non mi interessa vincere contro sound emergenti, non sarebbe utile a nessuno. Parteciperò però al Welcome To Jamrock Reggae Cruise Clash contro Mighty Crown e Tony Matterhorn, quando la sfida è interessante e di livello sicuramente non mi tiro indietro!

RR: Il libro comincia con un capitolo su Bob Marley e dell’incontro nella sede della Island Records che lo ha portato poi a presentare Could You Be Loved nel tuo programma radio. Cosa ci puoi dire di quell’incontro?

DR: E’ stata un’esperienza davvero speciale! Se avessi salito quella scala solo un minuto dopo o se lui non fosse uscito in quel preciso istante dall’ufficio non ci saremmo incontrati, è stata davvero una coincidenza incredibile. E quando l’ho visto ho trasgredito ogni protocollo, mi sono buttato e senza pensarci gli ho chiesto di partecipare alla mia trasmissione in radio. Non ho idea se avesse sentito parlare del mio show, so che ha guardato le persone intorno lui e quando queste hanno annuito ha accettato e poi mi ha chiesto se fossi interessato a sentire un pezzo che aveva appena registrato, immagina la mia espressione a quella domanda (ride)!

RR: Hai lavorato come dj radiofonico per quasi tutta la tua vita, pensi che la radio abbia ancora una sua importanza significativa oggi?

DR: La radio sarà sempre importante, sempre. Prendi l’esempio qui in Italia di Vito War su Radio Popolare o della vostra radio online, ci sarà sempre la voglia di sentire commenti e suggerimenti sulle canzoni. Non fraintendermi, lo streaming è fantastico: su Youtube o su Spotify posso sentire tutta la discografia degli Wailers, o i pezzi più speciali degli Abyssinians, ed è fantastico, davvero fantastico poter avere accesso a tutta questa musica. Tuttavia, noi siamo sempre stati e sempre saremo interessati all’opinione di persone che la pensino come noi (in inglese mi dice like-minded souls, che suona molto molto meglio): sono curioso di sapere se ti piace un disco che piace anche a me, e perché ti piace, o anche sono curioso di sapere perché un disco che piace a me non piace a te, e così via. Inoltre ci piace poterci fidare delle opinioni di persone esperte e specializzate; se so che c’è un programma radiofonico con un conduttore bravo, capace e con una conoscenza musicale importante, vorrò ascoltarlo, avere quello che nella terminologia della radio si chiama “appuntamento per ascoltare”. Il rapporto che si instaura tra l’ascoltatore e il conduttore radiofonico è qualcosa che lo streaming non ti potrà mai dare.

RR: Nel libro racconti anche di episodi di razzismo che hai subito, con anche diverse minacce alla tua stessa vita.

DR: Beh c’è razzismo dappertutto e non è solo il razzismo dei bianchi. Ovviamente, non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo, ci sono molti più razzisti che credono nella superiorità dei bianchi ma purtroppo ci sono anche alcuni casi molto isolati di persone che ritengono un problema il fatto che dei bianchi si occupino di cose, tra cui la musica reggae, che considerano esclusivamente loro.

L’organizzazione con cui ho avuto dei problemi in passato si chiamava The Black Music Protection Squad, lo stesso nome ti fa capire che era un’organizzazione violenta e fondamentalmente di destra. Obbiettavano non solo il mio coinvolgimento nella musica ma anche quello di altre persone come Chris Balckwell  o comunque chiunque fosse bianco e avesse un qualche ruolo nella musica. Ho vissuto episodi di vero razzismo per via di questa organizzazione.

RR: Parli anche del tuo rapporto complesso e difficile con le droghe, e ho trovato molto interessante quando parli dello stereotipo che vede marijuana e reggae andare sempre insieme.

DR: E’ un’immagine profondamente stereotipata quella per cui chi fuma ganja è automaticamente un musicista reggae. Non è così e moltissimi artisti non fumano marijuana, penso a Sly Dunbar, Robbie Sheakspeare, Bitty Mclean, la lista è molto lunga. E scelgono di non farlo semplicemente perché non è una cosa che gli appartiene o interessa. Bounty Killer una volta ha detto “If you can’t take ganja you shouldn’t smoke ganja”, ed è esattamente così.

RR: Uno dei capitoli del libro si chiama World-A-Reggae Music, dove parli dei tuoi viaggi in varie parti del mondo, dedicando ampio spazio all’Italia. E’ un posto speciale per te?

DR: Ah senza dubbio! L’Italia è sempre stato un posto speciale per me. Prima di tutto perché quando si viene a suonare qui si sente una grande differenza rispetto a suonare in altri posti, e questo per due ragioni. Prima di tutto perché esiste un’industria del reggae italiano, che è specifica del paese e delle sue singole aree geografiche, pensa a gruppi come i Sud Sound System, o ai Train To Roots. David Rodigan intervista Reggaeradio italia My life in Reggae bookPoi c’è la passione e la cultura per questa musica che è davvero tanta. L’Italia è davvero speciale, e ovunque io sia a suonare, Milano, Roma, Napoli, Venezia, Salento o Sicilia, le reazioni che questa musica genera sono davvero speciali. Ci sono poi dei casi di evidente eccellenza come il Rototom, uno dei festival reggae più importanti al mondo è nato qui.

RR: Negli ultimi anni la tua carriera ha abbracciato anche il mondo della dubstep.

DR: La scena dubstep mi ha accolto benissimo. Io non sono un musicista a differenza di molti dj dubstep che producono i beat che poi suonano, ma ho capito la connessione profonda che c’era tra la dubstep e il dub e in general con la musica giamaicana. Quando sono stato invitato per la prima volta a suonare ad un evento dubstep l’ho colto come un’opportunità per introdurre il reggae che conosco e amo da tempo ad un pubblico che forse non lo conosceva così bene ma con cui aveva sicuramente un legame. Sono state tutte ottime esperienze e mi piace pensare che grazie a me qualcuno abbia scoperto quanto le radici della dubstep siano da ricercare nella musica prodotta in Giamaica.

RR: Sei conosciuto nel mondo per la tua incredibile collezione di dubplate rari. Quasi tutti abbiamo sentito il tuo Tenor Saw o quello di Prince Buster, ci sono però dubplate a cui sei particolarmente affezionato e che il pubblico non ha avuto opportunità di sentire in molte occasioni?

DR: Certo sicuramente. Uno di questi è Ghost Dance di Prince Buster, che è decisamente meno noto di quello di Hard Man Fi Dead. Ho dei dub molto speciali di Beres Hammond, con delle sonorità quasi blues, un paio davvero belli di Bitty McLean, ho alcuni dubplates originali mixati per me da King Tubby, e parlo di quando non si metteva il proprio nome nel dubplate ma il pezzo aveva proprio un suono diverso e unico. Ho un mix diverso di Tempo di Anthony Red Rose mixato sempre da King Tubby con Fatman, tre versioni diverse di To The Foundation di Dennis Brown. Ho poi dei dub di Luciano, di Barrington Levy e di Bob Andy e Marcia Griffiths a cui sono davvero affezionato.

So per certo di non avere la più grande collezione di dubplates ma quello che conta veramente non è quanti ne hai ma la qualità dei dubplates.

RR: Ho di recente rivisto il dub fi dub alla Uk Cup Clash del 2008 contro Bass Odyssey  e ricordo che mi aveva davvero impressionato il dub di Natty Dread A Whe She Want di Horace Andy.

DR: Quello era un biiig dub! La cosa divertente di quel clash è che alla fine tutti mi hanno detto che ero stato troppo educato, troppo un signore: uno dei punti vinti da me nel dub fi dub era stato contestato e quindi mi ero fatto avanti dicendo che non volevo vincere così, avevamo rivotato e alla fine il punto non era stato dato. Poi Bass Odyssey ha vinto il punto successivo e vinto l’intero clash.

Ma devo essere sincero, la settimana dopo Mark e Squingy (selecter e mc di Bass Odyssey ndr) sono venuti ospiti al mio programma radio, e alla fine della trasmissione mi hanno detto “David, non sapevamo più che fare, ci avevi messo con le spalle al muro. E quando abbiamo visto che chiedevi di votare nuovamente non ci potevamo credere, noi non l’avremmo fatto”.

Squingy era uno degli mc e selecter più tosti da affrontare sul palco, ma giù dal palco aveva un animo generoso e gentile; e il modo in cui lui e Mark stavano sul palco e lavoravano era incredibile, erano una perfetta macchina da guerra che ha reso il soundclash una forma d’arte. E questo è uno dei motivi per cui Bass Odyssey per me sarà sempre un sound da rispettare e celebrare, è sempre stato speciale sfidarli.

Mi ricorderò sempre un clash fatto contro di loro nel 1999 a Brooklyn, Squingy indossava un completo bianco, e mi deridevano, mi dicevano che ero solo un dj da radio e non un sound system (cosa assolutamente vera, non ho mai affermato di essere un sound system e sono arrivato al mondo dei clash perché sono un’esperienza divertente ed emozionante). E quello è stato il primo clash in cui li ho veramente messi in difficoltà, e mi ricordo come mi guardava Squingy, come a dire che mi avrebbero tenuto d’occhio in futuro. Sono diventati davvero dei carissimi amici negli anni.

RR: Sei di recente stato in Giamaica per conto di BBC 1Xtra, c’è qualche voce nuova che hai scoperto in questo viaggio?

DR: Bella Blair è sicuramente molto interessante, ha grande stile e tecnica e una voce davvero meravigliosa. Poi Sevana, che lavora con Protoje da un po’, credo possa essere un’artista da tenere in considerazione per il futuro.

RR: Con il libro tutti ti staranno chiedendo di fare delle classifiche su quali sono gli artisti più importanti e così via, proviamo a fare un domanda un po’ diversa quindi: chi è, o è stato, secondo te uno degli artisti più sottovalutati?

DR: Domanda interessante, penso che dirò Desmond Dekker. Credo che lui fosse decisamente un passo avanti a tutti per i suoi tempi, sia come performer che come compositore, e in più aveva un timbro vocale unico. Se si studiano i suoi pezzi, si nota una grande profondità in termine di testi: Mother Pepper, Mother Young Gal, Fu Man Chu, e anche canzoni più note come 007 Shanty Town o You Can Get It If You Really Want It, basta ascoltare e comprendere la struttura di questi pezzi, l’hook, il riff – e attenzione è molto difficile in 2 minuti e mezzo creare qualcosa che sia piacevole all’ascolto e in grado di attrare l’attenzione, noi abbiamo una soglia di tolleranza per le cose che non ci piacciono molto bassa, se un pezzo non funziona subito è finita. Desmond Dekker aveva tutti gli elementi della star, il modo in cui si vestiva, come stava sul palco, il suo modo estremamente particolare di cantare, non riuscivi a stare gli occhi da lui.

Ha lavorato molto Leslie Kong alla Beverley’s e mi sarebbe piaciuto moltissimo essere presente alle sessioni di registrazione con quei due. Beautiful And Dangerous è un pezzo che merita assolutamente di essere annoverato tra gli “all time great recording” così come It Mek o Sabotage (qui canticchia il ritornello e il giro di basso ndr).

Desmond è stato sicuramente una star, ma  quello che è emerso e che è noto al pubblico è solo una parte piccolissima del suo repertorio. E anzi proprio perché ha avuto alcune strepitose hit verrà ricordato solamente per quelle due o tre canzoni, ma moltissime altre sono davvero magnifiche.

RR: Nel libro scrivi diverse volte che aver avuto l’opportunità di passare del tempo con alcuni artisti era per te un modo di incontrare i tuoi eroi e in qualche modo di vivere la musica attraverso le loro parole e il tempo passato con loro. Sei consapevole che oggi sei diventato tu una delle persone con cui noi possiamo vivere questa stessa esperienza?

DR: Onestamente non ci avevo mai pensato, è la prima volta che mi viene detto. E’ però vero che in molti mi hanno detto di essersi interessati al libro anche senza essere particolarmente amanti della musica giamaicana, e questo forse perché è in effetti un documento riguardante un periodo storico particolarmente importante e lungo per un’industria musicale. E’ una sorta di storia sociale, su cosa succedeva nell’industria radiofonica, su come il reggae diventava noto nel mondo, e anche se è solo la mia storia riflette in effetti molto di quello che è successo nel mondo della musica che noi tutti amiamo. E sono tutti passaggi che ho vissuto in prima persona perché ero, e sono tutt’ora, prima di tutto un fan.

Federico Di Puma

Federico Di Puma è nato a Milano nel 1988. Ha una laurea in Storia Indiana e negli ultimi tre anni ha passato almeno tre mesi in India ogni anno. Compra spesso dischi di artisti che non ha mai sentito nominare, qualcuno di questi a volte è addirittura bello.

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