Chapter 5: Jah Fingers Music

Cari collezionisti di vinili e amanti della musica Roots Reggae, soltanto voi sapete quanto affetto può esserci dietro una canzone, ma soprattutto riuscite a capire la difficoltà di reperire tune di 30-40 anni fa, magari stampate in quantità molto limitate.
So che siete felicissimi di questo nuovo interesse per il vinile e di tutte le ristampe che vengono fatte oggi, canzoni come Cush di Aba Cush, One Love Style di Nianatty o Ark Of The Covenant di Junior Delgado, se non fossero state ristampate sarebbero quasi impossibili da trovare.
Oggi vi parleremo della mente che sta dietro a queste ristampe e che ha fondato l’etichetta Jah Fingers, ecco la sua intervista.

Collezionatore, arrangiatore, produttore, e venditore.
Alex Caramellino, in arte Jah Fingers, ne ha tante da raccontare, e #DubIt ha deciso di dargli lo spazio necessario per parlare della sua storia e della sua evoluzione musicale e personale….ecco a voi un’intervista ad uno dei personaggi chiave della scena Dub italiana e non.

RR: Ciao Alex, benvenuto su ReggaeRadio.it, ho pensato di parlare della tua storia in questo capitolo perché mi incuriosisce molto il tuo percorso, da collezionatore di dischi a lavoratore in un negozio di distribuzione fino ad arrivare ad avere una propria etichetta con la quale stampi principalmente ristampe. Ma andiamo per gradi, ci racconti il tuo background? Dove sei cresciuto, come ti sei avvicinato a questa musica e perché?

JF: Ciao Alessandro, innanzitutto ti ringrazio per lo spazio che mi dai e per la possibiltà di parlare un po’ del mio lavoro.
Sono nato a Bari dove ho vissuto fino a 15 anni. La mia famiglia non e’ barese (papa’ torinese, mamma siciliana) e questa cosa l’ho sempre un po’ sofferta: mi sono sempre sentito un po’ un pesce fuor d’acqua, non sentivo il senso di appartenenza che e’ una caratteristica forte della gente di quei luoghi, inoltre pur amando tante cose di Bari e la sua gente, l’ho sempre trovato un posto un po’ opprimente dal punto di vista culturale (anche se adesso devo dire che e’ migliorato parecchio), cosi appena raggiunta l’adolescenza, la fame di conoscere nuovi posti, persone, culture e sopratutto la fame di musica mi ha portato a spostarmi a Roma. Qui è cresciuta la passione per il mio primo amore musicalmente parlando ovvero il punk/hardcore, ho formato una band che si chiamava Brigate Rozze (poi diventati Threat Of Riot) e con loro ho fatto un sacco di gavetta (abbiamo anche fatto un tour europeo), nel frattempo pero’ mentre i miei compagni d’avventura continuavano ad ascoltare prevalentemente punk, hardcore, metal e a scrivere canzoni io cominciavo ad appassionarmi alla black music, prima sotto forma di rap, poi reggae: piano piano ho sentito il bisogno di nuovi stimoli e cosi alla fine le nostre strade si sono divise ed e’ iniziata la mia avventura col reggae. Ho iniziato a sperimentare in cantina costruendo qualche riddim e scrivendo qualche rima, poi ho affittato un piccolo studio: non sapevo esattamente che direzione prendere ma ero attirato in modo viscerale da certe sonorita’ ed ero alla ricerca del modo migliore di esprimere questa energia che sentivo, piano piano ho cominciato a comprare dischi, cd, ecc e a selezionare musica alle feste, party a casa di amici, o in studio a spendere nottate con gli amici ascoltando tunes, scambiandoci opinioni e cantando sulle strumentali. Alla fine ho deciso di mettere su una crew che si chiamava King Kong Family con un paio di amici, abbiamo fatto una manciata di serate ma ancora mancava qualcosa.

Giravo per dancehall e serate per cercare il tassello mancante, finche’ una sera mi sono imbattuto in una serata di un sound di nome Linea Di Massa. Ricordo quella sera c’era un ospite da Londra (mi pare Julian Fairshare), c’era pochissima gente ma riconobbi subito la differenza nelle sonorità da altre serate a cui ero andato, c’era un energia incredibile in quel sound e capii subito che quello era il modo in cui avrei voluto condurre le mie serate. Ho cominciato a seguire LDM come fan per qualche mese, in quel periodo alcuni dei membri del sound stavano mollando per dedicarsi ad altri interessi, ci siamo parlati con gli altri e si e capito che c’era entusiasmo da vendere e che insieme con un altro paio di new entries saremmo potuti diventare l’iniezione di energia che serviva al sound per rimettersi in marcia. Cosi nel 2003 ci siamo fusi con LDM ed e’ iniziato un lungo viaggio insieme, col sound system in giro per l’Italia, le mie prime esperienze con la promozione di eventi con artisti dall’estero, i continui viaggi a Londra alla ricerca di dischi, dubplates, link con artisti e serate da cui trarre ispirazione, il banchetto con cui distribuivamo dischi che portavamo dall’Inghilterra e le autoproduzioni in studio, un viaggio che e’ durato per qualche anno, poi le strade si sono divise di nuovo, insieme al mio socio Paco Ten sentivamo di voler dare una direzione un po’ diversa al tutto cosi’ abbiamo costriuto un nuovo studio, un nuovo sound (Sankara Warriors) e una etichetta (Lumumba Records), ed e’ li che piano piano ho cominciato a focalizzarmi piu’ sul lavoro della label che sull’attivita’ del sound.

RR: La tua vita si divide tra la Giamaica e Londra (dove lavori per Supertone Records), hai voglia di raccontarci “la tua prima volta” in questi luoghi? Perché sono diventati così importanti per te?

JF: Beh il motivo è abbastanza semplice, Londra è un po’ la capitale del reggae in Europa, perlomeno di una certa scena roots reggae, per cui ai tempi con LDM eravamo affamati di conoscere di certe dinamiche, ricordo la prima volta al Notting Hill Carnival con il sound di Aba Shanti I montato per strada, un energia indescrivibile, ricordo le University Of Dub con sound enormi montati in una palestra di Brixton, ricordo le session sempre di Aba all’Imperial Gardens di Camberwell, un posto oscuro e piccolissimo con poche persone ma sembrava davvero di entrare in un altra dimensione, erano 5 6 ore di vera esperienza metafisica, poi la ricerca dei dischi che era difficile trovare in Italia (a parte qualche pioniere come Miki Dread Movement e altri che si prendevano la briga di portare giù un po’ di roba da diffondere) cosi mettevamo da parte soldi per partire e andare a fare il pieno di dischi, senza contare che a Londra si riusciva a entrare in contatto con la comunità giamaicana in modo diretto e quindi ad avere una migliore comprensione del background culturale della musica che ascoltavamo. Tutto questo rendeva Londra una tappa obbligata e ci andavamo non appena ne avevamo la possibilità. Nel 2009 poi una serie di circostanze mi hanno portato a vedere il mio legame con l’Italia assottigliarsi. Per una serie di ragioni mi sono trovato senza casa, inoltre l’azienda per cui lavoravo da 7 anni era in crisi e offriva incentivi economici a chi avesse accettato di licenziarsi, io ho accettato, ho passato qualche mese a riflettere, avevo sempre sognato di trasferirmi a Londra, cosi finiti i soldi della liquidazione con gli ultimi spiccioli rimasti ho fatto il biglietto e sono emigrato.

La Giamaica invece è stato un passo ulteriore che ho fatto anni dopo, credo sia un po’ la curiosità di ogni appassionato di musica reggae quella di avvicinarsi alla realtà dove tutto questo e’ nato e si e’ sviluppato, cosi quando ne ho avuta la possibilità sono venuto qui a Kingston. La prima volta fu un po’ una pazzia, avevo 4 spiccioli in tasca, un posto letto dove stare in casa di una mia amica, e non so neanche io come ho fatto a sopravvivere per 3 mesi in quelle condizioni. Poi però mi sono organizzato meglio, i contatti, un po’ di hustling, mi sono preso una casa dove stare nei mesi in cui sono qui, ho iniziato a fare business anche qui, ho messo un po’ radici…ed ora vivo praticamente a Kingston in inverno e a Londra in estate. All’inizio pensavo di dover decidere tra una cosa e l’altra, poi ho capito che avere la mia base operativa in due posti diversi poteva diventare un vantaggio dal punto di vista lavorativo e non solo.

RR: Vorremmo approfondire la questione “io lavoro in un negozio di dischi”: come sei riuscito ad entrare in questo settore? Hai voglia di raccontarci le difficoltà e le fatiche che incontri ogni giorno sul posto di lavoro?

JF: Quando arrivai a Londra all’inizio non avevo idea di cosa fare. Ricordo che emigrai insieme a un amico pizzaiolo, mentre lui trovava lavoro con una facilita’ disarmante, io con i miei 7 anni di call center sul curriculum faticavo a trovare un impiego e non avevo neanche le idee molto chiare sul da farsi. Cosi per un mese ho lavorato in un negozio di scarpe come runner, ma i ritmi erano disumani e dopo un mese ero già sul punto di scoppiare, cosi pensai che non ero venuto a Londra per sopravvivere come facevo in Italia ma che ero nel posto dove avrei potuto quantomeno tentare di realizzare i miei sogni. Cosi decisi che avrei lavorato con la musica ad ogni costo. Mi licenziai dal negozio di scarpe, e cominciai a pensare a come poter trasformare la mia passione in un lavoro.
Un giorno un amico mi disse che c’era questo negozio storico, Supertone Records, che era in difficoltà perché nonostante uno stock invidiabile e una storia trentennale, faticava ad adattarsi ai cambiamenti del mercato. Pur avendo avuto uno dei primi servizi di vendita per corrispondenza, il mail order era sostanzialmente gestito per via postale, mentre altri negozi ormai già avevano email e siti internet efficienti e avevano rimediato al crollo delle vendite in negozio aumentando a dismisura le vendite online. Supertone annaspava per via di questa situazione, cosi mi sono letto un po’ di manuali online per costruire siti internet, sono entrato in negozio e ho proposto al proprietario di creare e gestire un sito per le vendite on line. Lui non è che si fidasse molto, è una persona eccezionale ma è un po’ old school e questa cosa di pagare un dipendente per gestire una roba “virtuale” non è che lo convincesse del tutto, cosi mi diede una paga minima settimanale con cui non riuscivo neanche a coprire l’affitto della mia stanza e la tessera dell’autobus, e mi disse vediamo cosa sai fare. Accettai la scommessa, e dopo 1 o 2 anni di sacrifici incredibili i risultati cominciarono ad arrivare. Piano piano la mia paga aumentò poi si sparse la voce e la gente veniva a chiedere in negozio chi si occupava del sito e delle vendite online. Supertone oltre che un ottimo negozio di dischi è un posto eccezionale per il networking, e cosi mi sono ritrovato in poco tempo a lavorare e collaborare per una serie di realtà, etichette, produttori e negozi di dischi come Reggae On Top, Maestro Records, Studio One, Bunny Lee, eccetera.
Riguardo alle difficoltà del mestiere, in tutta sincerità, proveniendo da una famiglia operaia, non me la sento proprio di parlare di difficoltà in quanto ho la fortuna di lavorare con quello che più amo e di conseguenza tutte le difficoltà passano in secondo piano.
Sono un privilegiato e devo tenerlo sempre bene a mente. Diciamo che l’incognita’ principale è quella legata all’andamento del mercato discografico, c’è gente che ha dato per morti i negozi di dischi anni e anni fa e invece benchè molti negozi purtroppo non ce l’hanno fatta a passare indenni i periodi di crisi, altri hanno resistito, e secondo me il mercato e’ destinato a crescere ulteriormente.

RR: Da qualche anno hai dato vita alla “Jah Fingers Music”, etichetta che si occupa principalmente di ristampare successi del passato difficilmente reperibili ai giorni nostri. Immagino sia una grande soddisfazione visto che le tue ristampe sono state accolte da grandi sorrisi tra i soundmen, ma quando ti è nata l’idea di aprire una tua etichetta e quali passi hai dovuto affrontare per riuscire a realizzare il tuo sogno?

JF: Diciamo che l’idea di pubblicare dischi mi è sempre frullata nella testa sin dai tempi della band. All’epoca pero’ l’esigenza era sopratutto quella di dare uno sbocco alla musica che producevamo in prima persona controllandone tutto il processo produttivo. Il concetto poi e’ stato approfondito quando con Paco Ten abbiamo fondato la Lumumba Records. Anche all’epoca pero’ la necessita’ primaria era sopratutto quella compositiva, l’etichetta era semplicemente il modo più diretto ed efficace di poter pubblicare il nostro materiale. Ad un certo punto pero’ le strade hanno cominciato ad andare in direzioni un po diverse. Mentre i miei soci volevano continuare a dare all’etichetta un taglio di promozione di artisti locali ed emergenti, pubblicazione di materiale autoprodotto, riddim propri eccetera, io ho sentito il bisogno di prendere una strada diversa. Per usare un paragone calcistico (l’altra mia grande passione), ho trovato piu gratificazione nel fare l’allenatore che il calciatore. Cosi non mi interessava più tanto creare necessariamente la mia musica, ma mi intrigava molto di più l’idea poter decidere una linea “editoriale”, far si che la mia etichetta riflettesse i miei gusti, la musica che avevo sempre ascoltato. Cosi invece che chiudermi in studio per ore a creare riddim ho cominciato, anche sfruttando i contatti stabiliti nel frattempo, a linkare produttori di cui amavo le sonorità, e a acquisire licenze per pubblicare tunes che apprezzavo particolarmente, che fossero edite o inedite. Oggi vedo la mia label come una sorta di “colonna sonora” di tutti i pezzi che in un modo o nell’altro hanno segnato il mio percorso musicale. Quando mi sono avvicinato al reggae, ero molto appassionato (e lo sono tutt’ora) di rap. Il rap è una musica che è nata in modo abbastanza “sotterraneo” ne più e ne meno come il reggae (tra l’altro il primo pioniere del rap fu proprio un giamaicano), nel tempo pero attorno al rap si è costruita una florida industria discografica e non solo, che ha creato ricchezza, e soprattutto una propria storiografia. Nel reggae invece, per una serie di lacune organizzative, molta della storia si è persa per strada, basti pensare ad esempio agli studi storici di Channel One qui a Kingston, che potrebbero essere un museo della musica e pulsare di vita tutt’ora e invece sono in rovina, come in rovina sono musicisti straordinari che potrebbero ancora creare musica unica e invece vengono dimenticati in primis dal governo giamaicano e muoiono in povertà. I pezzi vengono stampati una volta, e mai più ristampati, cosi e’ impossibile creare un catalogo che possa resistere agli anni ed attirare le persone di generazione in generazione. Perchè ad esempio, un ragazzino nel 2017 può comprarsi un LP di 2Pac pubblicato 20 anni prima, e non può invece comprarsi per esempio un LP di Burning Spear, o un singolo di Dennis Brown, perchè non è più in produzione? Anche per questo non amo molto i concetti tipo “edizione limitata”. A me piace l’edizione illimitata! Il mio obiettivo e’ rispolverare gemme dimenticate del reggae, renderle di nuovo disponibili per il pubblico a prezzi accessibili, e voglio che una volta rimesse in catalogo ci rimangano per gli anni a venire. Non importa se la tiratura iniziale e’ di 10, 100 o 1000 dischi. Se ci saranno nel tempo 50000 persone che cercano uno dei miei dischi, vorrà dire che ne stamperò 50000 copie. Certe tunes sono la migliore promozione possibile per il mondo del reggae ed e’ ora di uscire da questa mentalità masochista che penalizza tutto il mercato e dare a questa musica fantastica l’attenzione e l’esposizione che merita.

RR: Ultimamente nel mondo dei vinili vediamo sempre più ristampe e questo è un bene per la musica roots giamaicana così che possa continuare a diffondersi nonostante la sua non più giovane età.
Purtroppo molte di queste repress sono però “bootleg”, ovvero senza i diritti di stampa, ciò oltre a produrre un malcontento tra gli appassionati mina anche la credibilità della musica stessa in quanto queste stampe la maggior parte delle volte sono di qualità bassa a causa dei master ovviamente non di alta qualità.
Cosa ne pensi di questo fenomeno? Come possiamo combatterlo e come ti poni tu con la tua etichetta?

JF: Proprio per il discorso di cui parlavo poc’anzi, questi fenomeni proliferano. Nel reggae la creatività non e’ mai mancata. Quello che manca è professionalità, capacita’ di gestione degli affari, competenza. Non si contano i casi di artisti che hanno creato classici che hanno venduto migliaia e migliaia di copie, che non hanno neanche registrato il copyright e di conseguenza hanno perso l’occasione di mettersi in tasca belle somme e ora fanno la fame. Purtroppo molto spesso e’ difficile capire chi ruba a chi, un esempio su tutti Coxsone Dodd che ha pubblicato lavori che sono diventati classici pagando gli artisti una piccola somma “una tantum” e registrandosi i diritti a nome suo. Se oggi uno di questi artisti decidesse di cedere i diritti di stampa a un etichetta, te la sentiresti di dire che hanno bootleggato un pezzo di Coxsone Dodd? O forse sarebbe più corretto dire che e’ Coxsone ad aver derubato gli artisti di quello che gli spettava sfruttando la loro ignoranza? La materia e’ complessa e nebulosa. Quello che posso dirti è che c’è in giro un bel po’ di gente a cui del reggae non può fregare di meno, che vedono il reggae come una albero da cui neanche prendere frutti, loro vogliono tagliare proprio l’albero e portarselo a casa, gente che non ha la più pallida idea di come si produca un disco, e nonostante ciò continuano a inondare il mercato di prodotti di qualità pessima, per i quali nessuno vede una lira se non chi li stampa e li distribuisce. Nel mio piccolo ho provato a contrastare il fenomeno come quando l’anno scorso ho creato un forum di discussione sui social media, in cui gli appassionati potevano scambiarsi informazioni sulla qualità e la legittimità di determinate release. In un paio di giorni si sono registrati ed hanno cominciato a contribuire più di 300 persone, purtroppo ho dovuto tirarmi fuori ad un certo punto quando sono cominciate ad arrivare minacce di morte per via telefonica, e messaggi “subliminali” da parte di vari distributori e negozianti che usando giri di parole infiniti mi invitavano sostanzialmente a tacere. Non che mi preoccupi la cosa in se, purtroppo però queste cose hanno cominciato a creare problemi alle persone con cui collaboro, sono cominciate ad arrivare telefonate anonime in negozio, e ho ritenuto che non fosse giusto coinvolgere in tutto questo le persone per cui lavoro. Quello che posso dire è che c’è bisogno di informazione e consapevolezza, fortunatamente oggi con internet, i social media e i forum di discussione e facile scambiarsi informazioni e spero che questo crei sempre più consapevolezza non solo negli acquirenti ma anche tra i distributori e negozianti.

RR: Che ne dici di entrare più nello specifico e raccontarci come nasce una ristampa? Quali sono gli step che segui e quali gli ostacoli che normalmente incontri?

JF: Innanzitutto c’è la fase di ricerca, per capire chi detiene i diritti d’autore di un determinato lavoro. Poi ovviamente bisogna fare una ricerca di mercato, per capire se c’è effettivamente la necessità di quella determinata release da parte degli appassionati e di chi compra dischi. Successivamente bisogna risalire ai produttori. Questa è una parte del lavoro molto complicata, in quanto spesso si parla di lavori prodotti 30 o più anni fa, tanti produttori sono scomparsi, chi si è fatto prete, chi si è ritirato in campagna a coltivare la terra, chi cerca di depistarti e dice di detenere i diritti anche quando non è vero, chi ha i contatti giusti e fa di tutto per evitare che tu arrivi ai produttori perché sono semplicemente gelosi, ti potrei raccontare un sacco di aneddoti a riguardo. Non è affatto un compito facile. Una volta entrati in contatto coi produttori poi inizia la fase di negoziazione, bisogna mettersi d’accordo sui compensi, le varie clausole, reperire i master tapes, verificarne le condizioni eccetera. Finalizzato il tutto, questo se entrambe le parti sono soddisfatte, si conclude l’accordo, si firmano i contratti ed inizia la fase produttiva. La maggior parte delle volte bisogna restaurare il materiale audio, creare le grafiche, dati i lunghi tempi d’attesa della stampa di vinile al momento parliamo di investimenti che rimangono bloccati per 3 o 4 mesi finché la tune finalmente esce e se tutto va bene e le vendite sono buone si ricomincia a recuperare i soldi che si sono investiti, e finalmente ci si può mettere in tasca qualche soldino che viene subito reinvestito negli acconti per le prossime release. E il ciclo riparte da capo.

Pics courtesy of: Jah Fingers Music

 

Alessandro Marazia

Ariete '88 nato a Pisa da madre sassarese e padre pugliese. Il primo incontro con la musica in levare è stato coi Sud Sound System all'età di 13 anni, due anni più tardi la prima volta al Rototom Sunsplash a Osoppo che gli ha insegnato a guardare il mondo da un altro punto di vista. Il senso di pace e di comunione tra le persone lo ha indotto a tornare in Friuli ogni estate fino al 2009. Dopo un primo periodo passato nelle dancehall, ha riscoperto la bellezza delle origini tornando a suoni più roots. Oggi frequenta serate dove è presente un sound system, il suono si può "toccare" e il messaggio è il vero protagonista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *