S01E04 Non dirmelo, non ci credo. Accidental Courtesy

Di cose assurde ne ho viste e sentite tante, ma l’altra sera quando ho deciso di guardare Accidental Courtesy non è passato nemmeno un minuto dal momento in cui ho premuto PLAY al momento in cui avevo capito che non avevo ancora visto niente.

Daryl Davis è un musicista americano, nella sua lunga carriera ha condiviso il palco con personaggi del calibro di Chuck Berry, Jerry Lee Lewis ed Elvis Presley. Si può dire che il rock’n’roll abbia segnato la sua vita in molti modi, ma uno in particolare è quello che ci interessa perché è l’argomento principale su cui verte l’intero documentario.

La prima scena del documentario si svolge a casa di Daryl Davis. Lui è un afroamericano di mezza età con un aspetto non proprio salutare, è un omone corpulento ma distinto; noto subito il suo modo di parlare forbito e la sua voce calda e pastosa mi mette subito a mio agio. Quello che gli sento dire però mi fa immediatamente strabuzzare gli occhi: con gran calma sta raccontando di quando un suo amico gli chiese dove poteva noleggiare un autobus perché la solita concessionaria si rifiutava di concedergli i suoi mezzi in quanto sapevano che era un affiliato del Ku Klux Klan. “Wait, WHAT? un suo AMICO, affiliato del KKK? Ok Daryl, hai la mia attenzione!” questo è quello che ho pensato sul momento, ma quando continuando l’aneddoto racconta di avergli prestato il suo autobus che usava per i tour con la band, beh, non ci volevo credere. Non riuscivo a capire cosa mi stava raccontando e la mia reazione è stata più o meno la seguente: “Mi sta davvero dicendo che lui, un nero americano, non solo ha un amico che fa parte del Ku Klux Klan e che va a casa sua a fare due chiacciere, ma anche che gli presta l’autobus per andare a fare uno dei suoi convegni di squinternati in tunica e cappuccio? Ok, qua c’è qualcosa che io non so ma che voglio assolutamente sapere!”

L’inizio di un’amicizia

È il 1983 e siamo nel Maryland, alla fine di uno dei sui tanti concerti Davis incontra una persona che gli fa i complimenti dicendogli che è la prima volta che incontra un nero bravo con il piano tanto quanto Jerry Lee Lewis e lo invita a bere qualcosa al suo tavolo assieme ai suoi amici. Fino a qui nulla di strano, capita di ricevere complimenti per qualcosa in cui si è bravi anche se magari fare riferimento al colore della pelle di una persona mentre gli si fa un complimento non è proprio un modo elegante di porsi, anzi. La cosa strana è che quell’uomo è Roger Kelly che all’epoca era un Imperial Wizard dell’organizzazione nota con il nome di Knights of the Ku Klux Klan.

Immagino che tutti conosciate almeno di fama il KKK quindi credo non serva spendere troppe parole sulla storia di quest’organizzazione. Come vi ho accennato in precedenza le origini di questo fenomeno sono da ricercare nella lunga e travagliata storia politica e sociale americana e non penso sia questo il luogo per dilungarsi ulteriormente su questo argomento ma ragazzi, un nero e un rappresentate del Klan ed i suoi “amici” seduti a discutere su chi abbia inventato il rock’n’roll davanti a una birra? Beh, già così qualcuno direbbe che siamo al top, ma la verità è che il tutto sta per diventare ancora più assurdo perché il rapporto di Daryl Davis con il Klan non si fermò a questa chiacchierata al bar, anzi.

Dopo questo primo incontro ravvicinato Daryl ha un’illuminazione e decide di trovare altri affiliati per cercare di instaurare un dialogo e comprendere la natura dell’odio che spinge una persona ad abbracciare le ideologie promosse dal Ku Klux Klan. Un pazzo, penserete voi – che poi è la stessa cosa che ho pensato io – ma la verità è che ci è riuscito e che la sua bizzarra missione continua ad andare avanti tutt’ora. Riassumendo brevemente il documentario ci mostra come questo buonuomo sia riuscito a far cambiare idea ad oltre duecento white supremacists, il tutto semplicemente costruendo relazioni, intavolando discussioni, aprendo al dialogo.

MEH.

Bello no? Riuscire a superare le nostre differenze, le nostre opposizioni, le nostre divergenze di opinione e di pensiero, riuscire a sedersi e guardarsi negli occhi e capire che siamo tutti esseri umani, alla fine. Beh io invece non sono convinto.

Il cuore del Davis-pensiero si basa su due assunti principali che vengono ripetuti come un mantra fino a diventare veri e propri motti utilizzati ad ogni convegno e ad ogni incontro con il pubblico:

  1. how can you hate me when you don’t even know me?
  2. when two enemies are talking they’re not fighting.

Per quanto in modo molto superficiale io mi possa anche trovare d’accordo con queste due frasi, non posso che pensare a quanto sia ridicolo cercare di contestualizzare all’interno di questi due concetti così riduttivi il problema dell’odio razziale pensando di combatterlo ogni giorno, un po’ alla volta, parlando con tutti gli imbecilli del mondo per cercare di capire il perché del loro odio nei miei confronti. NO. Di cosa stiamo parlando? Di cercare di empatizzare con degli scarti di umanità? Pensate ad una persona che decide di entrare a far parte di un’organizzazione i cui principi fondanti sono l’odio verso il diverso e la preservazione della RAZZA BIANCA (se non vi viene da ridere solo a vedere queste due parole vicine vi informo che avete un problema) con ogni mezzo possibile, che pensa che la razza bianca sia oppressa, strangolata da un regime di tolleranza che rovinerà il mondo. Ora pensate che questa persona sieda di fronte a voi. Che tipo di ricchezza può portarvi il suo pensiero? Quale tipo di dialogo si può instaurare con una persona che pensa certe cose? Lo so già perché mi odi non ho bisogno di chiedertelo: mi odi perché sei stupido.

Certo, sono sicuro che ci impiegherei relativamente poco tempo a farti sentire ancora più stupido se ci mettessimo a chiacchierare e potrei anche divertirmi a far crollare le tue convinzioni mettendoti in difficoltà, facendoti domande a cui non sapresti rispondere, torturandoti con il buon senso per ore, giorni se necessario finché ad un certo punto, sfinito dalla tua stessa idiozia crollerai, ti arrenderai all’evidenza della tua scemenza e scoprirai che fino a quel momento sei stato cieco. Ma perché dovrei fare tutto questo? Una volta che ti ho fatto cambiare idea ho davvero migliorato il mondo? Ci sarà uno stupido in meno? Non credo di avere il potere di trasformare gli stupidi in geni, infatti è probabile che quello stupido il giorno dopo si farà convincere da un altra persona più carismatica di me ad odiare i canguri perché loro hanno una tasca sulla pancia e noi no.

On the dead homies

E quindi? Quindi niente. Quindi sono d’accordo con i ragazzi di Black Lives Matter che quando Daryl Davis è andato a trovarli per dirgli che lui colleziona tuniche del KKK come trofei dei suoi successi gli hanno riso in faccia.

Verso la fine del documentario infatti Davis si siede con un paio di ragazzi neri esponenti del movimento BLM e come è anche logico aspettarsi si ritrova davanti un muro invalicabile. Non c’è dialogo, non c’è confronto: da una parte c’è un vecchio stanco a causa dei suoi mille viaggi in giro per gli Stati Uniti a parlare con altri vecchi bianchi che odiano i neri, dall’altra ci sono due giovani ragazzi che si battono ogni giorno per strada e nelle loro comunità per migliorare la loro condizione e quella dei loro fratelli e amici. Uno parla di dialogo, convivenza con i white supremacists e del museo sulla storia del KKK che progetta di costruire; gli altri parlano politica, economia, diritti, di traumi intragenerazionali, razzismo istituzionale, incarcerazione sistematica, dei ragazzi che ogni anno muoiono per le strade. Insomma siamo su due pianeti diversi: uno è il pianeta delle belle speranze, l’altro è il pianeta reale, quello della vita di tutti i giorni e dei problemi che sembrano insormontabili ma contro cui la gente decide di combattere seriamente ogni giorno.

Ad un certo punto Davis arriva addirittura a dire che i due ragazzi parlano come Donald Trump e che sono ignoranti ed è lì che mi ha definitivamente convinto che questa persona non ha davvero capito nulla e che ha sprecato quasi trent’anni della sua vita a rincorrere un’utopia. Cerchi di intavolare un discorso con dei ragazzi che vivono ogni giorno il problema del razzismo e che cercano di trovare una soluzione concreta partendo dalle proprie comunità e tu gli dici che sono stupidi e ignoranti? È così che cerchi di instaurare un dialogo? E cosa ti aspetti poi? Sono curioso di sapere se dici le stesse cose anche quando vai a parlare con i membri del Ku Klux Klan.

Per quanto possa sembrare bello e onorevole cercare di aprire un dialogo con dei bifolchi, per quanto possa far riflettere che a volte basterebbe parlarsi per capire che in realtà abbiamo molte più cose in comune di quello che pensiamo, nel 2017 c’è ancora gente che muore per strada per il colore della pelle e questa cosa non cambierà perché qualcuno ha fatto cambiare idea a degli stupidi che in realtà una vera idea non ce l’hanno mai avuta.

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#RUCKER50 è un documentario che racconta cosa si può davvero fare per cambiare il destino di tante persone aiutandole ad uscire dalle dinamiche del ghetto e ci racconta attraverso i suoi protagonisti i 50 anni del programma atletico di Harlem che ha aiutato tanti ragazzi sfortunati a realizzare il loro sogno di diventare giocatori di basket professionisti.

Inoltre questo mese mi sento di fare uno strappo alla regola e vi consiglio un film che ho visto ma che non troverete su Netflix: si chiama BAR BAHAR/IN BETWEEN (tradotto magistralmente in italiano in Libere, disobbedienti, innamorate… sad LOL) ed è la storia di tre ragazze palestinesi che condividono un appartamento a Tel Aviv. Da tempo non vedevo un film che sa essere leggero e allo stesso tempo sa portarti a riflettere. Bello.

Paolo Delly De Cecco

Prolisso nel parlare, pigro nel fare, procrastinatore ma anche pignolo e, soprattutto, caustico. Ama il cinema, i videogiochi, la musica e le persone che hanno davvero qualcosa da dire. Gli piace scrivere. Odia più o meno tutto il resto, quindi se non siete nella lista delle cose che ama, beh... Avete capito.

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