Ho incontrato Marina P a Chinatown

Ho frequentato Livorno per molti anni e so che è una città splendida e difficile. Come tutte le cose belle, come anche le persone, le più interessanti, Livorno possiede una profonda anima malinconica, che da sempre ha ispirato grandissimi artisti, sia di arti figurative, sia musicalmente parlando. Amedeo Modigliani, Giovanni Fattori, Piero Ciampi, Nada Malanima sono tutti livornesi.
Ho sempre pensato che a Livorno ci fosse il clima perfetto per una commistione tra arte e natura, tra passione selvaggia, desiderio di libertà insieme alla vastità del cielo e delle nuvole. Quando frequentavo la città spesso mi recavo sul Romito a passeggiare per splendidi paesaggi lunari, degni di un film di fantascienza. Mare, scogli, roccia, onde.
Lunare è infatti un attributo molto calzante per Livorno. A Livorno non c’è niente, non c’è un posto di riferimento stabile, una università, una cultura attiva e potente, ma a Livorno c’è anche tutto. Musica, cucina, colori, profumi.
Non a caso, in tempi non sospetti, durante una festa nel quartiere Venezia della città toscana, mi sono imbattuto in una voce incredibile.
In quella città che mi stava dando tanto e che nonostante tutto sembrava così lontana dal mondo culturale del resto d’Italia, ho trovato una voce senza tempo che passava dal jazz al reggae con disinvoltura e normalità. Così come tutti camminavano per la strada, bevendo vino o mangiando alla trattoria, sotto la calda luna estiva.
Ancora non sapevo che avevo appena conosciuto Marina P.

Con il passare del tempo, ho inseguito Marina varie volte. L’ho cercata in Italia e all’estero. Ho provato a cercarla in Francia, viaggiando a Nizza e a Marsiglia, ma non sono mai riuscito a trovare il momento giusto o la data giusta. Internet mi ha aiutato permettendomi di continuare ad ascoltare la sua splendida musica. Le nostre strade musicali si stavano incrociando sempre di più, visto che il suo nome si stava legando alla grande con uno dei miei sound preferiti, Mungo’s Hi Fi.
Quando decisi di comprare il suo disco in vinile, l’ordine andò perso.
La spedizione era partita, ma il disco non era mai arrivato.
Che assurdo scherzo del destino, pensai. Io e Marina non riusciamo a raggiungerci al cento per cento! Fortunatamente, vista anche lo sbattimento del numero uno Doug di Scotch Bonnet, il disco dopo un paio di mesi mi è arrivato, sano e salvo, con una scarica di tune da lasciarmi senza parole.
E allora ho capito che stavo cercando nel posto sbagliato. Marina era a Chinatown, working on Something new.

RR: Ciao Marina, grazie del tuo tempo e benvenuta su Gyal Powder.
Da Livorno alla Francia all’Europa intera. Vuoi dirci qualcosa di te, per presentarti al pubblico di Gyal Powder?

MP: Sono una cantante attiva principalmente nell’ambiente dei sound system, che ho scoperto al mio arrivo in Francia una quindicina di anni fa. Da allora ho collaborato con vari produttori e etichette europee principalmente di reggae e dub, ma anche hip hop e nu soul. Nel 2013 ho fondato con il mio compagno Jules una piccola etichetta Homeys Records con cui ho autoprodotto il mio primo album, un 45 giri nel 2015 e un EP nel 2017.

RR: Dalle tue tune e soprattutto dalla tua voce si nota subito un forte amore per la musica black a 360 gradi e una serie di influenze da vari generi (qualcuno ha detto Marlena Shaw?). Come è nata la tua passione musicale e come sei arrivata alla reggae music e alla sound system culture?

MP: Ho sempre avuto un debole per il groove in generale e per le sonorità r&b e soul degli anni ’60 in particolare. Questo è sicuramente legato alla discoteca dei miei genitori e sopratutto del mio babbo che è anche un grande appassionato di jazz. Anche il reggae l’ho scoperto a casa con album di Marley e Cliff, ma mi sono interessata più profondamente nei primi anni duemila quando mi sono trasferita a Parigi e ho cominciato a frequentare i sound. In quel periodo nelle serate a Parigi si ascoltava moltissimo new roots e dancehall e il mio modo di cantare atipico fu apprezzato per il suo lato un po’ vintage che ricordava appunto delle sonorità più rootsy che erano state un po’ relegate al warm up in quegli anni. Ho registrato Divorce à l’italienne sul Belly Ska riddim di Mungo’s Hi Fi nel 2006 ed è stata la mia prima release in vinile.

RR: Ho avuto la fortuna di frequentare Livorno per molti anni. Una città per certi versi difficile, ma per molti altri fantastica e piena di sogni. Cosa ci puoi dire sulla scena musicale e culturale della tua città natale e più in generale del tuo paese d’origine?

MP: Livorno è la mia città natale e sono ancora molto legata al suo mondo underground. La vita culturale livornese è fatta quasi esclusivamente di iniziative non-istituzionali ed è nutrita dall’impegno di qualche realtà autonoma che sfida l’apatia ambiente. Per me il riferimento è il Teatrofficina Refugio, uno spazio occupato, autogestito e antifascista che produce spettacoli e performance di alto livello malgrado la piccola capacità del teatro e il caratteraccio del pubblico livornese. Per quanto riguarda la cultura sound system non l’ho mai conosciuta a Livorno che è una città con una forte tradizione rock indie.

RR: Invece per quanto riguarda l’Europa? Ho come la sensazione (e non sono il solo) che ultimamente la reggae music e il dub abbiano trovato più innovazione e sperimentazione rispetto ai Caraibi e che questo abbia reso il vecchio continente un po’ colonna portante di questo tipo di musica.

MP: Credo che in Europa ci sia da ormai una decina di anni un panorama ricchissimo nella bass music in generale e nel reggae e dub in particolare. Innanzitutto, tutto il continente è coinvolto e non solo il Regno Unito, dalla Polonia alla Spagna alla Scozia, la Grecia e ultimamente soprattutto la Francia, le produzioni più eclettiche e eterodosse sono europee. Il reggae sembra essere la costante di queste sperimentazioni che mescolano il dub-step al rub-a-dub, il digitale 8 bit con la techno e l’hip hop, ma che conservano alcune constanti strutturali : il primato dei bassi, gli effetti nel mix, l’uso dello skank ritmico e i magnetici flow dei vocalist giamaicani o di ispirazione giamaicana. È importante secondo me non dimenticare che l’eredità giamaicana è la fonte d’ispirazione primaria per molte di queste nuove realtà. Non è che s’inventa una nuova musica, si creano connessioni e variabili tra stili che hanno già una loro storia, le sfumiamo in modo da riconoscerci meglio e trovare più coerenza con il gusto e la cultura europea. Proprio questa capacità del reggae di rinnovarsi, trasformarsi e ispirare anche il main stream è un aspetto dei questa musica che mi affascina moltissimo. Credo anche che gli sforzi fatti in Europa dai produttori e dalle etichetti indipendenti per far sopravvivere il formato vinile negli anni in cui questo supporto sembrava destinato a scomparire stiano portando i loro frutti.

RR: Hai una produzione puntuale e molto curata. Lo stesso si può dire dei tuoi video e delle grafiche dei tuoi dischi. Quali sono e sono state le esperienze più stimolanti per te da un punto di vista artistico? E con chi hai lavorato alla grande?

MP: L’estetica dei dischi e dei video non è studiata a tavolino, cerco solo di essere il più coerente possibile con l’immagine che voglio dare di me e della mia musica, e questo con i mezzi economici limitatissimi di una mini struttura che autoproduce. Così per quello che facciamo con Homeys Records il motto “Do it Yourself” diventa una rivendicazione, una parola d’ordine e i talenti delle persone che ci aiutano e credono in questo piccolissimo progetto sono fondamentali. In verità come vocalist o mc non ho nessun controllo sulle produzioni delle etichette con cui collaboro, ma ho avuto la fortuna di incontrare sin dall’inizio del mio percorso delle persone con cui condivido una certa visione della musica. Ovviamente Mungo’s Hi Fi sono un supporto fondamentale per me dato che abbiamo cominciato insieme e che si sono imposti come un sound di riferimento nel panorama mondiale. Scotch Bonnet, la loro etichetta, distribuisce anche i dischi che produco con Homeys Records e questo è davvero un grande aiuto. Da qualche anno sono molto legata anche al crew di Stand High Patrol, con cui ho fatto molti live e di cui apprezzo molto la creatività e la curiosità musicale oltre ad essere veri amici. L’anno scorso è uscito un Ep con 4 canzoni con Manudigital ed è stato un lavoro molto interessante per me, super professionale e registrato in due giorni, con una grande libertà e disponibilità da parte di Manu che mi ha lasciato carta bianca e ne sono davvero molto contenta.

RR: Cosa rappresenta per te il mondo dei sound system? Una cultura urbana e musicale che deve costantemente combattere per non farsi travolgere dalle contaminazioni e dalle generalizzazione di massa.

MP: Io ho un lato molto pop in me quindi non sono assolutamente contro le contaminazioni e non sono mai stata “ortodossa” musicalmente. Penso pero’ che sia importante restare autentici e sinceri, questo si, non scimmiottare, essere veri e cercare di “dire qualcosa/say something” ( ma questo è già un altro topic…). Vivo le session in sound system da pubblico o da vocalist come esperienze vive. Mi piace l’idea che andare in sound sia qualcosa di attivo, attraverso la danza, il volume del suono, senza il palco, tutti a terra quasi al buio, si provano i flow, si sentono le reazioni, non si fa mai la stessa cosa.

RR: Una delle missioni di Gyal Powder è anche quella di sensibilizzare proprio le ragazze alle voci femminili, come ha indicare un modello da seguire diverso dagli stereotipi, che spesso sono maschili o strumentali. Per esempio, mia sorella di 17 anni. Che ascolta della musica molto “usa e getta”, un po’ banale e stereotipata. Poi le faccio ascoltare il tuo disco e si esalta incredibilmente. Come mai i ragazzi e le ragazze di oggi sembrano essere più passivi nei confronti della musica nuova, non “già pronta” in radio, più curata e ricercata?

MP: Non so se i ragazzi sono più passivi di prima, sicuramente sono più liberi di cercare, approfondire, scoprire, grazie a internet. Se non lo fanno è forse perché l’offerta è talmente grande che fa girare la testa! Le voci femminili nella musica sono sempre di più, e questo è un fenomeno legato credo alla determinazione delle ragazze ad auto rappresentarsi, anche in musica come nella vita, essere soggetto e non oggetto. Ci vorrà probabilmente del tempo per liberarsi dagli stereotipi che sono imposti a tutti, uomini e donne tra l’altro, come in tutti gli altri settori della società, ma credo che sia un percorso che abbiamo oramai intrapreso.

RR: In aggiunta a quanto detto prima, cosa (anche in base alla tua esperienza) suggerisci di fare a chi vuole coinvolgere più persone, persone nuove e nuove generazioni?

Per quanto riguarda le ragazze credo che si debba trovare il coraggio di esporsi di più e di avere più fiducia in sè stesse, di rifiutare il ruolo imposto della groupie, chiedere il microfono se non ti viene proposto, programmare riddim, montare sounds e trovare il proprio posto nel mondo del sound system che non essendo legato agli imperativi commerciali del main stream è uno spazio libero.
Per il pubblico in generale credo che valga la pena aprire le orecchie il più possibile e pensare la musica come un tutto senza necessariamente andare a mettere definizioni o etichette stilistiche. Questa tra l’altro è una visione abbastanza comune sia agli artisti che non amano essere comparati né rinchiusi in una definizione limitante sia a molti fruitori di musica che amano ascoltare sia Nas che Horace Andy o Mina. Alla fine chi se ne frega del nome che dai quel che conta è l’emozione che ti viene trasmessa o meno, credo.

RR: Dopo My Homyes ci stai facendo innamorare con Something New. Cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro? Cosa bolle in pentola e soprattutto dove possiamo vederti live nei prossimi mesi?

MP: Something New è uscito in 500 copie vinile un mese fa con 3 remix, una version e un dub. Un progetto un po’ atipico, ma mi corrisponde al 100%. Tra un mese esce un singolo per i produttori hip hop francesi di L’Entourloop che sarà anche sul loro album. Quest’anno ho registrato molto quindi spero che ci saranno altre uscite in autunno. Quest’estate sarò con Step-Art in giro per qualche data in Francia, con Soul Stereo per aprire a Etana e Jah9 a Parigi e con Mungo’s e Legal Shot al Festival Reggae Sun Ska a Bordeaux. Sarò anche in Italia a fine luglio e spero di suonare al Refugio per una session tra amici.

RR: E come ultima domanda, un classico di questa rubrica. Qual è la prima cosa che fai appena sveglia la mattina? Io per esempio scendo dal letto e vado a mettere la puntina sul tuo singolo Chinatown…

MP: Io invece bacio i miei bimbi e vado a farmi un caffè!

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Jacopo Rudeboy

Personaggio sinistro particolarmente cinico e scostante. Ha iniziato in radio con un il format Rudeboy Salute su Burger Radio portando il reggae in una radio rap per poi finire a Rasta Radio a portare il rap in una radio reggae. Anarchico, sboccato, streight outta Lambrangeles, è arrivato insieme al suo compare Duke The Nightwalker alla 3 stagione di Flatbush su ReggaeRadio.it, l’unico programma radio ascoltato sia dai rasta che dalle gang salvadoregne. Per la redazione scrive di donne con la rubrica Gyal Powder oltre che altri eventi vari quando non è in giro a fare danni con qualche altro spostato. Hunter Thompson ha detto di lui… proprio niente.

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