S01E05 Dalla Francia all’Italia, sull’integrazione e il dialogo inter-etnico (Season Finale)

Tempo fa mi stavo chiedendo di cosa avrei potuto parlare nella prossima puntata di Netflex e mi sono accorto che ancora non avevo mai esplorato il terreno dell’integrazione in Europa. Poi un amico mi ha ricordato che su Netflix ci sono alcuni film francesi che toccano l’argomento da diversi punti di vista e allora ho deciso che mi sarei guardato uno di questi film per voi. Non solo, ho voluto anche cercare qualcosa di italiano che trattasse lo stesso argomento in modo da potervi proporre qui una sorta di confronto, di parallelo tra due realtà simili e vicine.

Non è semplice mettere in piedi una commedia che sappia in egual modo divertire e far riflettere, che sappia essere leggera ma non scontata e banale, ma ho scoperto già anni fa che i francesi sono davvero bravi in questo quindi ero abbastanza sicuro di quello che sarei andato a vedere quando ho deciso di guardare il film intitolato Ha i tuoi occhi.

Il film parla di una giovane coppia franco-africana che decide di adottare un bambino, fino a qui tutto normale se non fosse che il pargolo che gli viene affidato è bianco. In un mondo utopico nemmeno questo fatto sarebbe da considerarsi fuori dal comune, ma come potete immaginare la cosa genera invece tutta una serie di situazioni paradossali rese secondo me in modo eccellente con la giusta punta di ironia senza forzature e banalità.

Ma per quanto riguarda l’Italia?

Finito il film non ero ancora pienamente soddisfatto, volevo qualcosa di più su cui poter articolare un pensiero più ampio. Esistono film del genere made in Italy? Se sì, come viene affrontato l’argomento? Con quali espedienti narrativi? Sarà una commedia brillante ed intelligente? Oppure una porcheria piena di stereotipi e puerilità?

Sfortunatamente su Netflix non c’è molto materiale italiano sull’argomento, forse anche perché è un terreno ancora poco esplorato nel cinema italiano, però un film l’ho trovato e forse lo conoscerete per sentito dire se non lo avete già visto; si chiama Bianco e Nero, è un film del 2008 diretto da Cristina Comencini. Si tratta di una commedia molto leggera in cui Carlo (Fabio Volo), sposato con Elena (Ambra Angiolini) per una serie di coincidenze si innamora di Nadine (Aïssa Maïga), la moglie di Bernard (Eriq Ebouaney); i due vivono una storia d’amore inter-etnica e finiranno per decidere di rimanere assieme nonostante le difficoltà e le loro differenze.

Ora non vorrei fare il solito pedante, ma sinceramente mi sembra che le due pellicole si collochino su livelli decisamente diversi tra loro e ora voglio spiegarvi il perché.

Il punto di forza del film francese non è solo quello di saper far ridere in modo scanzonato ed intelligente nonostante la tematica trattata, anche le situazioni e gli intrecci che si creano sono del tutto verosimili e si susseguono con naturalezza grazie a dei personaggi caratterizzati in modo realistico senza il bisogno di calcare troppo su banalità sul colore della pelle e sulle differenze spicciole. La cosa che si nota immediatamente confrontando le due pellicole infatti è la veridicità dello spaccato proposto dal regista francese rispetto a quello un po’ artificioso e forzato della Comencini. Paul e Sali sono figli di immigrati ma sono tanto francesi quanto io sono italiano: hanno amici bianchi, hanno studiato, hanno un lavoro, inoltre non c’è nemmeno la barriera linguistica di mezzo essendo il francese la loro lingua madre (sono senegalesi), tutto ciò se unito alla politica assimilazionista francese ci restituisce una rappresentazione realistica in cui riusciamo ad immergerci senza troppi sforzi.

Per quanto riguarda invece Bianco e Nero cominciamo già male nel titolo che ci propone immediatamente una distinzione netta, un’opposizione marcata tra due colori uno l’opposto dell’altro.

Forse sarò io ad essere prevenuto ma la cosa già non mi piace e comunque le cose non migliorano guardando il film. La storia è monotona, banale, scontata, a tratti quasi irritante. In questo film non si vede nessun aspetto di integrazione: i bianchi non hanno amici neri e i neri non hanno amici bianchi, non escono assieme e, quando non parlano lingue diverse comunque i neri parlano italiano con un accento fortemente marcato. Inoltre vediamo tutta una serie di situazioni assolutamente paradossali che rendono la storia raccontata appunto forzata e poco verosimile, un esempio? La famiglia di Elena ha una cameriera grassa e nera con il grembiule bianco. Non sto scherzando. Mancavano solo Tom e Jerry.

Un altro esempio? Un collega di Carlo viene beccato da Nadine mentre nel retrobottega del loro negozio di computer si guarda un sito pornografico con un’avvenente ragazza nera che lo invita a scoprire il piacere del buco nero. Sono ancora una volta serissimo, non mi sto inventando nulla, giuro.

Un altro problema abbastanza importante secondo me è che tutte le interazioni tra bianchi e neri si basano sul triste presupposto del colore della pelle e quindi assistiamo principalmente a scene di imbarazzo in cui i bianchi sono in difficoltà nel trovarsi davanti ad un nero e viceversa; non ci sono davvero altri spunti interessanti in tutto il film salvo forse l’unica cosa che mi sento di salvare: i bambini. Gli unici momenti in cui si respira un po’ di aria fresca sono quelli in cui entrano in scena i bambini i quali parlano un italiano fluentissimo essendo nati e cresciuti in Italia e, anzi, non capiscono nemmeno le lingue dei propri genitori e, a differenza loro, hanno un marcato e piacevole accento romano. È un vero peccato che questo aspetto sia relegato a elemento di sfondo che può essere notato solo dai più attenti perché sarebbe potuto essere invece una parte interessante da utilizzare per ampliare un po’ un discorso che invece è totalmente assente. Sostanzialmente ci rimane solo l’idea che tutti siano razzisti e che alla fine dei conti quando si tratta di scopare le barriere culturali ed etniche si dissolvono improvvisamente nel nulla.

MEH.

Siamo su un altro pianeta invece guardando il film francese: gag simpatiche e mai scontate si susseguono ad un ritmo adeguato spezzando con il giusto tempismo i momenti più seriosi della pellicola; il tema dell’alterità etnica e culturale è onnipresente ma mai pesante, i personaggi sono vivi, assomigliano a persone che potreste conoscere; il mio preferito è Manù uno sballone amico di Paul che lo aiuta con i lavori di casa (per qualche motivo lavora SOLO in mutande!) e che mi fa venire in mente almeno un paio di amici che ho nella vita reale!

Quando si presenta l’occasione di introdurre uno sketch che verte sul colore della pelle non è mai una faciloneria o qualcosa di ovvio e prevedibile e, se lo è, arriva al momento giusto e ha un peso irrilevante per la riuscita di un momento che invece di essere imbarazzante e basta ha qualcosa di divertente che lascia un sapore agrodolce ma non spiacevole, per esempio è impossibile non reagire con un sorriso quando ai neo genitori viene organizzato a loro insaputa un incontro con un’altra coppia che a sua volta ha adottato un bambino, solo che questa volta loro sono bianchi e il figlio è nero.

Insomma è un film bilanciato, ben scritto e che intrattiene. Ci mostra il problema di un razzismo strisciante e bilaterale senza mai pendere troppo su uno o l’altro piatto della bilancia e senza che questo aspetto assuma una posizione preponderante all’interno della storia che ci viene raccontata.

In conclusione mi sento di dire che forse le differenze tra questi due film rispecchiano un po’ anche le differenze culturali, sociali e strutturali dei nostri due Paesi e il loro rapporto con l’immigrazione e le differenze etniche dei gruppi umani presenti all’interno dei propri confini. Se è vero che ad oggi anche la Francia non se la passa benissimo a causa del sostanziale fallimento del modello assimilazionista adottato negli anni per far fronte al problema dell’immigrazione, è altrettanto vero che in Italia siamo ad un punto fermo in cui non abbiamo ancora deciso quale sia la strada da intraprendere per gestire un fenomeno, quello dell’immigrazione, che c’è sempre stato e che sempre continuerà ad esistere in quanto strutturante fondamentale della natura stessa dell’essere umano. Forse l’arte come sempre ci potrà aiutare ad interpretare al meglio i nostri sentimenti, a rispondere alle nostre domande, a calmare le nostre paure, a mostrarci la strada da seguire.

Si conclude qui la prima stagione di Netflex, spero di essere riuscito a trasmettervi qualcosa, qualche idea, qualche pensiero su cui riflettere e mi auguro che ci rivedremo nella prossima stagione con nuovi film, nuove serie TV e nuovi documentari di cui parlare a da cui trarre spunti di riflessione interessanti su cui discutere assieme.

Grazie a tutti. Ci rivediamo nella seconda stagione!

Paolo Delly De Cecco

Prolisso nel parlare, pigro nel fare, procrastinatore ma anche pignolo e, soprattutto, caustico. Ama il cinema, i videogiochi, la musica e le persone che hanno davvero qualcosa da dire. Gli piace scrivere. Odia più o meno tutto il resto, quindi se non siete nella lista delle cose che ama, beh... Avete capito.

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