Stony Hill, il ritorno di Damian Marley

Ci ha messo giusto 12 anni ma alla fine Damian ‘Jr.Gong’ Marley è uscito con un nuovo progetto solista, Stony Hill. Non che in questi anni il più giovane dei fratelli Marley sia stato fermo: l’abbiamo visto con Nas nel progetto Distant Relatives, poi alla guida delle produzioni per la Ghetto Youths International, in classifica con una serie di singoli importanti (Set Up Shop, Make It Bun, Affairs Of The Heart solo per citarne alcuni), con Mick Jagger nel progetto SuperHeavy, in crociera per la Welcome To JamRock Reggae Cruise, fino alla recente passeggiata per Kingston con Jay-Z per Bam, traccia numero 7 di 4:44, ultimo album del rapper newyorkese.

Stony Hill e la rivendicazione di un’identità

Molti lo sapranno già, ma io che in Giamaica non sono mai stato non avevo idea di cosa fosse Stony Hill. Stony Hill è una zona di Kingston, decisamente uptown, decisamente da ricchi, e luogo dove Damian è nato e cresciuto. Ho trovato interessante la scelta di intitolare l’album con un nome di un posto “da ricchi”: se Halfway Tree (album del 2001) voleva essere un modo per dire quanto fosse figlio di entrambi i mondi, qui Junior Gong continua il processo di definizione della sua identità e lo fa con forza non solo nel titolo ma anche in due canzoni, a mio avviso tra le più belle dell’intero album: Here We Go e Living It Up. La prima è la traccia di apertura dell’album, riprende Jah Is Watching You di Dennis Brown su una base molto moderna e permette a Damian di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ricordando quanto fatto in carriera.

First Grammy at 23, tell me which one a dem do that
Another two at 27, add it up and do the maths
The weight weh dem a carry that no heavy like me locks
I’m a veteran, the youngest to be exact
Ghetto people love me bad, I’m guessing opposites attract
Uptown me born and grow, Stony Hill to mark the spot

La seconda è un reggae molto più classico, con un messaggio carico di speranza per dare sempre il meglio e raggiungere i proprio obiettivi. Qui il tema della sua identità è visto sotto una luce completamente diversa: è vero che lui, Damian, è nato nella parte ricca dell’isola, ma questo è stato possibile solo perché un ragazzo del ghetto ha superato tutti i suoi limiti e ci è arrivato.

Daddy made it out
Out of the ghetto
Believe in your dreams
Believe you and me, don’t let go
We’re living it up
Having a good time baby
I was born uptown of the ghetto dream
Now don’t be lazy

Bob

Tra tutti i figli di Marley impegnati in una carriera musicale, Damian è stato quello che, forse più di tutti gli altri, ha cercato di dare un tocco estremamente personale alla musica paterna, senza rinnegarne l’importanza e l’ispirazione (anzi!) ma ponendo l’accento sull’evoluzione più che sulla ripetizione della musica. In Stony Hill invece per la prima volta lo vediamo alle prese con pezzi dalla sonorità molto marleyane, e in cui la sua voce si addolcisce e ci ricorda quella del padre.  Looks Are Deceiving e The Struggle Continues sono esempi interessanti del percorso del più giovane dei figli di Robert Nesta, quasi un ritorno al passato in cui, se si chiudono gli occhi e ci si permette di immaginare un po’, non si fa molta fatica a mischiare la voce del figlio con quella del padre.

Le Hit

Anche se il disco è fresco di uscita, la sua promozione è cominciata circa un anno fa con la pubblicazione del primo singolo Caution. A questo hanno fatto seguito Nail Pon Cross, R.O.A.R e Medication, tutte super hit destinate a posizioni in classifica e a heavy rotation nelle dancehall e nelle radio di tutto il mondo. Molte di queste hit che hanno anticipato l’uscita di Stony Hill contengono rimandi musicali più o meno espliciti ad artisti del passato molto cari a Damian: Caution riprende la linea di basso di World Is  Africa dei Black Uhuru,  presenti anche in Nail Pon Cross, che parte sulle note di Solidarity. Per R.O.A.R. invece il rimando è Buju Banton e la sua versione del Wipe Out Riddim.

Per Medication vediamo in azione anche il fratello  Stephen, cruciale per la carriera di Damian e presente in altre due tracce sul disco. Vero e proprio inno alla cannabis, il video di questo bel pezzo è stato girato all’interno di un ex complesso carcerario californiano comprato proprio da Junior Gong e trasformato in un complesso per la produzione di marijuana.

It’s a statement, to grow herb in a place that used to contain prisoners locked up for herb.

Il messaggio

Due brani in particolare si caricano un messaggio  di positiva assunzione di responsabilità, So A Child May Follow e Speak Life, scelto come brano di chiusura dell’album. Qui Damian ci racconta quanto sia importante l’assunzione di responsabilità da parte di tutti noi e l’essere esempi positivi per le generazioni future. In questi due brani assistiamo anche ad un’ennesima sperimentazione musicale, con Jr. Gong che si cimenta in ballate acustiche lontane dalle sue produzioni a cui siamo abituati.

Un album complesso

Tornando all’inizio di questa recensione, Damian Marley ci ha si messo 12 anni a pubblicare un album, ma il tempo impiegato gli ha permesso di uscire con un prodotto ampio (17 brani + l’intro) e soprattutto vario e complesso. A hit destinate a durare nel tempo ha aggiunto pezzi più introspettivi e musicalmente più sorprendenti anche se forse meno vendibili e che probabilmente ascolteremo solo di rado dal vivo.

17 pezzi belli e sorprendenti (con giusto un paio di pezzi rivedibili, la collaborazione con Major Myah e il pezzo dall’aroma latino con Stephen Marley) che dimostrano ancora una volta quanto Jr. Gong sia e sarà a lungo un punto di riferimento per tutti quelli che ascoltano, e che fanno, reggae music.

Insieme al disco è anche uscito un documentario Stony Hill to Addis, visibile per ora solo su Tidal. Trovate il trailer qui.

Federico Di Puma

Federico Di Puma è nato a Milano nel 1988. Ha una laurea in Storia Indiana e negli ultimi tre anni ha passato almeno tre mesi in India ogni anno. Compra spesso dischi di artisti che non ha mai sentito nominare, qualcuno di questi a volte è addirittura bello.

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