NETFLEX S02E02 – Africa: passato, presente e futuro.

Quando ero un bambino, diciamo fino alla primissima adolescenza, ho vissuto a stretto contatto con la cultura africana. Mia madre è somala e, da buona africana, ha sempre tenuto in modo particolare a farmi entrare in contatto con questo aspetto della mia persona. Ricordo feste con parenti e amici, qualche matrimonio, molte cene e tantissima musica; spesso ripenso ancora alle decine e decine di videocassette stipate nel mobiletto sotto alla televisione: si spaziava da produzioni bolliwoodiane (mia madre è cresciuta con una donna indiana, inoltre in Africa il cinema indiano aveva un enorme successo) a videoclip africani di artisti famosissimi; in mezzo ci si poteva trovare qualche filmato artigianale girato in qualche festa in Congo con ospiti di spicco della scena musicale africana (un po’ come i vecchi tape dello Sting) oltre a qualche cassetta dei Visitors, popolarissima serie televisiva di moda negli anni 80 che mio padre registrava con assiduità.

Ho passato probabilmente centinaia di ore davanti a quei video, specialmente quelli di Kanda Bongo Man, uno dei cantanti preferiti da mia madre. A riguardarli oggi è impossibile non notare le numerose somiglianze con la cultura caraibica che dall’adolescenza fino ad ora ha accompagnato la mia crescita: quando vedo un video di Kanda Bongo Man e guardo le ballerine e i ballerini fare le loro coreografie non posso che pensare alla Giamaica ed ai suoi dancers (inoltre non so perché ma da sempre per me Kanda Bongo Man = Barrington Levy!)

Perché vi racconto queste cose? Di recente stavo spulciando un po’ il catalogo Netflix per cercare qualcosa di interessante che avrei potuto proporvi questo mese. Ero un po’ a corto di idee e, proprio quando mi stavo disperando all’idea di proporvi un articolo sui “TOP 5 contenuti Netflix 2017”, mi sono soffermato a guardare per l’ennesima volta l’anteprima di un film che mi veniva proposto continuamente dall’algoritmo di Netflix ma che non avevo ancora mai visto.

The Wedding Party è un film africano, nigeriano per la precisione, e fa parte di quella parte dell’industria cinematografica conosciuta dai più esperti con il nome di Nollywood (sincrasi di Nigeria e Hollywood). A chi si stia chiedendo che razza di mercato ci possa essere per l’industria cinematografica nigeriana consiglio di ridimensionare in modo decisamente positivo i propri pregiudizi perché Nollywood è un BIG THING, vi basti pensare che è tra le più prolifiche industrie al mondo e, per produzione di film, è seconda solamente all’India!

The wedding party l’ho visto e vi dico che non posso certo tesserne le lodi perché, sinceramente, è uno di quei film che non guarderei MAI. Si tratta di una commedia piuttosto banale: la regia non è terribile ma poco ci manca, la storia è piuttosto inconsistente, le battute sono scontate e generalmente è tutto molto piatto. Perché l’ho guardato allora? Penso un po’ per lo stesso motivo per cui ho visto anche Shottas e Third World Cop, due dei film giamaicani più visti dal pubblico occidentale e, se nessuno di questi film brilla certo per la sua profondità (anzi sono proprio brutti, forse solo Dancehall Queen meriterebbe un discorso a parte), in un certo senso penso che siano un must per chi da sempre vive e si immedesima nella cultura caraibica — ovviamente non cito gli altri veri e propri classici, non serve vero? —.

È un po’ di tempo che sto vivendo questa cosa che non so bene come chiamare: un revival, una riscoperta, una riconsiderazione delle mie origini africane. Ascolto molta musica africana la quale lentamente sta prendendo il posto del reggae made in Giamaica. Tutto è iniziato con P-Square (autori di Personally da cui Busy Signal ha “tratto ispirazione” per la sua hit “Professionally” di ormai qualche anno fa) per poi esplodere con Wizkid; ora nomi come Davido, Tiwa Savage, Flavour, Olamide, Harrysong mi suonano sempre più familiari e le loro canzoni sono in heavy rotation nella mia selezione casalinga quando ascolto musica per scrivere o sbrigare le faccende di casa.

Ascoltando certi pezzi, ma anche guardando film come The wedding party, mi vengono in mente i primi periodi in cui mi avvicinavo alla Giamaica scoprendone la musica, il linguaggio, la cultura; mi ricordo di quando non capivo mezza parola di quello che ascoltavo nei vari mixtape (vi ricordate Dancehall Studio di Vito Vinicolo e Satta G?) o nelle cassette dei clash e di come ho iniziato piano piano a studiare e capire sempre di più. Ora è un po’ la stessa cosa ma chissà, forse fra qualche tempo inizierò anche a capire lo swahili, lo yoruba e le diverse sfumature delle lingue bantu — per ora so che baby na yoka significa “fine girl” o che pole sana significa “mi dispiace molto” ma che si può usare anche per dire “take it easy” dicendo pole pole o per dire “rimettiti presto” dicendo ugua pole, so già molto di più di quanto sapessi quando ho iniziato ad ascoltare reggae ormai tanti anni fa! — forse l’Africa diventerà “di moda” anche da noi e, finalmente, smetteremo di averne paura e riusciremo ad uscire dal labirinto dei pregiudizi proprio grazie ai film e alla musica.

Se amate la reggae music e la cultura giamaicana fatevi un favore: guardate The wedding party o qualche altro film africano (su Netflix ce ne sono diversi), ascoltate un po’ di artisti nigeriani e fatevi un’idea, sono sicuro che vi renderete subito conto che è impossibile non vedere il filo che unisce i Caraibi e l’Africa.

Come buon proposito per il 2018 consiglio a tutti di aprirsi a nuovi orizzonti, vi garantisco che non rimarrete delusi!

Paolo Delly De Cecco

Prolisso nel parlare, pigro nel fare, procrastinatore ma anche pignolo e, soprattutto, caustico. Ama il cinema, i videogiochi, la musica e le persone che hanno davvero qualcosa da dire. Gli piace scrivere. Odia più o meno tutto il resto, quindi se non siete nella lista delle cose che ama, beh... Avete capito.

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