NETFLEX S02E03 – Imperial Dreams: il Rap non è musica.

Qualche giorno fa sono finito in una discussione sulla musica nata all’interno di un gruppo WhatsApp; come spesso capita quando si discute nelle “piazze 2.0” , la discussione è in pochissimo tempo degenerata in uno sproloquiare su cosa sia meglio di cosa e perché, andando a finire nelle classiche fazioni di questa VS l’altra cosa.

Il main topic in breve era il seguente: “il rap non è musica, è merda”. Detta così può sembrare molto forte come affermazione, forse anche stupida ed ignorante e, forse, avreste ragione a pensarlo; la mia anima relativista mi impedirebbe di prendere una posizione così netta e granitica nei confronti di qualsiasi cosa senza prima pormi delle domande o approfondire un minimo, però mi permette anche di calarmi nei panni dei miei interlocutori per cercare di capire quale sia davvero il messaggio che mi si vuole passare, quale sia il punto focale dietro una frase apparentemente così perentoria e a senso unico, senza nessuna apparente possibilità di dialogo.

Ora sicuramente molti storceranno il naso per quello che sto per dire, ma in una certa misura riesco a capire da dove derivi una critica così aspra, specie se a farla è un musicofilo, uno che ha studiato musica, che magari sa suonare qualche strumento, che apprezza i virtuosismi legati all’arte di fare musica intesa in senso più classico possibile. In questo senso, se vi concentrate accantonando per un attimo il vostro orgoglio da amanti del genere, riuscirete a comprendere la natura di una critica simile anche se posta in toni forse poco rispettosi.

Forse potrà sorprendervi ma la mia risposta a quest’affermazione è stata “hai ragione”.

IMPERIAL DREAMS

Per spiegarvi meglio la mia posizione sulla questione di cui sopra vi racconto di un film che ho guardato l’altro giorno su Netflix.

Imperial Dreams è un progetto sviluppato durante il Sundance Screenwriters Lab del 2011 e presentato al Sundance Film Festival nel 2014. Primo lungometraggio di Malik Vitthal, il film mostra uno spaccato della vita nelle case popolari di Watts, un quartiere di Los Angeles, attraverso la storia di Bambi (John Boyega) un ragazzo di vent’anni che, appena uscito di prigione, decide di provare a cambiare la propria vita. Non voglio raccontarvi troppo del film perché secondo me merita di essere guardato: l’interpretazione di Boyega è eccellente  come anche quella del resto del cast, la storia raccontata è semplice ma intensa ed è difficile non emozionarsi in alcuni dei momenti più significativi del film. Dal punto di vista visivo mi ha ricordato molto da vicino un video di Schoolboy Q: qualcosa nei colori e nelle inquadrature forse; ma questa è stata solo la prima cosa che mi ha fatto pensare al Rap.

 

Uno degli aspetti più rappresentativi di Imperial Dreams è la lotta. Cambiare non è semplice, specie quando le alternative sono praticamente inesistenti ; nemmeno il rapporto tra Bambi ed il suo giovane figlio, Daytone (interpretato dai gemelli Ethan e Justin Coach) che, come potete facilmente immaginare, è il principale motore di spinta al cambiamento per il protagonista, sembra essere sufficiente a cambiare le carte in tavola per un giovane afroamericano intrappolato in un circolo vizioso fatto di espedienti malavitosi, violenza, droga, istituzioni ostili e sistemi burocratici pensati apposta per mantenere lo status quo.

CODE OF THE STREETS

Imperial Dreams colpisce per il suo realismo, per la fedeltà con cui cerca di raccontare una realtà problematica senza mai scadere in banalità raccontando solo l’essenziale in modo semplice e diretto ma con profondità ed attenzione ai dettagli.

Racconta una realtà problematica in modo schietto e diretto senza perbenismi o autocommiserazione e lo fa in maniera del tutto analoga a come i Gang Starr raccontano le stesse cose su uno dei miei pezzi preferiti: Code of the Streets.

Guardare Imperial Dreams mi ha fatto pensare a Premier e Guru (RIP), a pezzi come “Manifest” e “Robbin Hood Theory”. Mi ha fatto pensare al Rap. A tutti i pezzi che ho ascoltato e che mi hanno fatto riflettere, pensare, emozionare. E sapete cosa? Non era certo la musica o la composizione del brano a farmi provare queste cose: erano le parole, i concetti, il messaggio. E il Rap non è forse questo? Non è forse il potere della parola il suo punto di forza? Guardare Imperial Dreams mi ha fatto anche ripensare alla mia risposta: “Hai ragione. Fare Rap non è fare musica, è fare politica.”

Questa frase mi è uscita così, quasi senza pensarci: un pensiero detto ad alta voce, un modo di rispondere brevemente ad una critica apparentemente campata per aria senza perdere troppo tempo a discutere dei massimi sistemi; ma più ci penso e più credo che sia la descrizione migliore per una forma d’arte, quella del fare Rap, che si fa veicolo di messaggi importanti, che racconta le storie di lotta quotidiana in una società in continuo movimento nella superficie ma che nelle sue profondità sembra immutata ed immutabile.

Il Rap fa politica perché partecipa attivamente al discorso pubblico quando racconta determinati aspetti della società; fa politica perché le sue armi principali sono intelletto e capacità dialettica; fa politica perché è parte integrante di un movimento culturale, quello dell’Hip Hop, che è comunità e spazio sociale.

Certo forse la massificazione che il genere sta vivendo negli ultimi anni rende a volte difficile ritrovare questi elementi originali della cultura Hip Hop, specie se il prodotto è palesemente concepito e confezionato per fare numeri inserendosi nel mercato come semplice prodotto commerciale. Eppure vi assicuro che anche oggi è possibile ritrovare il messaggio originale, basta saper ascoltare.

 

 

in collaborazione con

Paolo Delly De Cecco

Prolisso nel parlare, pigro nel fare, procrastinatore ma anche pignolo e, soprattutto, caustico. Ama il cinema, i videogiochi, la musica e le persone che hanno davvero qualcosa da dire. Gli piace scrivere. Odia più o meno tutto il resto, quindi se non siete nella lista delle cose che ama, beh... Avete capito.

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