NETFLEX S02E04 – Bad Rap: who you callin’ chigga?

Se c’è una cosa che mi rende felice è lo scoprire cose nuove, specie se si tratta di elementi che vanno ad arricchire un aspetto che credevo di conoscere già abbastanza bene e, ora che ci penso, forse è proprio per questo che in casa abbiamo un debole per i documentari. Ne abbiamo visti una marea e continuiamo a guardarne costantemente di qualsiasi argomento trattino e, ovviamente, ne ho visti diversi il cui tema principale fosse l’Hip Hop in generale o una qualsiasi delle sue arti e, onestamente, la maggior parte delle volte non sono rimasto particolarmente colpito: non ho mai ricevuto una qualche rivelazione inedita sull’hip hop; non ho mai ricevuto spunti particolarmente interessanti che mi abbiano offerto differenti angolazioni e prospettive sul tema; è sempre stato tutto abbastanza “regular”. Certo a volte ho scoperto qualche altarino, qualche retroscena interessante, ma nulla che mi abbia davvero regalato qualcosa di nuovo su cui riflettere.

Bad Rap però ha qualcosa di diverso.

«Quattro giovani rapper asiatico-americani lottano per affermarsi in un genere musicale che spesso li emargina, combattendo a modo loro»

Questa è la log line che si può leggere sull’anteprima di Netflix, quando l’ho letta ho subito pensato: “rapper asiatico-americani… ne conosco qualcuno?”. Conosco Far East Movement, un trio di Los Angeles che forse molti di voi ricorderanno per la hit “Like a G6”, loro sono di origini coreane per esempio, ma oltre ai FM e qualche stella del panorama Rap statunitense con lontane origini asiatiche (per vostra conoscenza: Tyga, Anderson Paak, Foxy Brown) con una certa sorpresa e un filo di imbarazzo la risposta che mi sono dato è NO, non conosco nessun rapper asiatico-americano.
Eppure, a quanto pare, è una realtà consolidata ormai da oltre trent’anni solo che non se ne parla, e infatti il sottotitolo del film parla chiaro: “You don’t hear us on the radio”.

GALAXIES

Bad Rap racconta una storia familiare in cui riesco facilmente ad immergermi perché parla d’identità, di alterità, stereotipi, marginalità; tutti elementi ormai sviscerati in ogni modo possibile quando si parla della cultura Hip Hop ma, in questo caso, tutto è proiettato su una nuova dimensione e tematiche già discusse ed analizzate più e più volte suonano qui invece fresche ed inedite proprio perché arrivano da una galassia a me quasi completamente sconosciuta.

Dico quasi perché da appassionato di reggae music mi è già capitato di incontrare esponenti di rilievo internazionale provenienti dall’estremo oriente e ho anche avuto l’onore di andare ad una serata di Mighty Crown a Tokyo l’anno scorso (se vi interessa QUI c’è un breve video fatto da me, giusto per cogliere la “vibe” del momento), ma per quanto riguarda il rap non ero per nulla preparato: Dumbfoundead, Awkwafina, Lyricks e Rekstizzy erano per me nomi assolutamente sconosciuti, come non conoscevo nemmeno i Mountain Brothers e questa bomba di pezzo!

Il punto focale e davvero interessante del documentario comunque non è la musica. La cosa che mi ha fatto riflettere maggiormente è il fatto che nonostante l’Hip Hop sia un fenomeno culturale globale ormai consolidato che si è conquistato una sua dignità anche intellettuale e che si fa portatore di tutta una serie di valori derivanti dalla propria storia come movimento, nonostante tutto ciò appunto, sembra che comunque ci siano dei limiti anche dove non pensavo ci sarebbero stati. Mi spiego.

Il razzismo, la stereotipizzazione, il discorso sull’identità, sono tutti elementi profondamente legati alla cultura Hip Hop, quasi fondanti oserei dire e, onestamente (e forse anche un po’ ingenuamente), non mi sarei aspettato di vedere gli stessi meccanismi messi in atto da chi li subisce ogni giorno da sempre.

FREESTYLE? MORE LIKE FREESTEREOTYPES.

Durante il film assistiamo spesso a qualche freestyle battle perché uno dei protagonisti è molto conosciuto nella scena underground (e non solo, anche Drake lo apprezza!) per le sue incredibili capacità da freestyler. In questi momenti, oltre ad apprezzare le incredibili doti di contenders asiatici (uno su tutti MC Jin) mi sono reso conto di quanto i freestyler neri utilizzassero nei loro pezzi tutta una serie di stereotipi razzisti di bassissimo livello e assolutamente fuori luogo, ero allibito onestamente. I mean, are you really doing this shit like this dawg? Proprio tu? Dopo la storia che gli afro americani hanno alle spalle? Non ti senti un minimo di responsabilità addosso? Non ti senti idiota a rivolgerti ad una persona di origini cinesi chiamandolo “nipote di Bruce Lee”? O a far riferimento alle dimensioni del suo pene? Ero davvero imbarazzato. La cosa bella poi è che è facilissimo ribaltare una situazione del genere se si è un minimo intelligenti, e infatti in tutte le battle che ho visto fare a MC Jin o a Dumbfoundead sono entrambi riusciti a trarre vantaggio dall’atteggiamento ostile con estrema semplicità, guardare per credere:

Come se non bastasse, anche se ad oggi le cose sono leggermente cambiate, non è che il mercato discografico sia tanto più attento alle discriminazioni, infatti grazie a Bad Rap possiamo scoprire come sia difficile per un asiatico-americano cambiare il concetto di “Dope Asian rapper” in “Dope rapper who’s Asian”. L’appartenenza ad una determinata etnia viene prima delle qualità possedute dalla persona purtroppo: il “rapper cinese” semplicemente NON FUNZIONA.

È triste constatare come una realtà apparentemente aperta ed inclusiva sia schiava degli stessi meccanismi che per decenni ha cercato di combattere ed è ancora più triste sapere che il mondo è pieno di persone appassionate e con incredibile talento le quali però non riescono ad emergere a causa di quello che sostanzialmente è puro e semplice razzismo, perché sia il fatto che un cinese o un coreano (che poi si tratta di americani, non di cinesi e coreani) non possano sfondare come rapper che il fatto che per sfondare come rapper devi essere un nero (e per favore risparmiatemi i soliti discorsi su Eminem) sono logiche figlie della stessa matrice razzista ed etnocentrica tipicamente occidentale e, se anche i neri afro americani indirettamente sposano una causa simile, mi viene da pensare che non abbiano imparato nulla dalla propria storia.

 

Paolo Delly De Cecco

Prolisso nel parlare, pigro nel fare, procrastinatore ma anche pignolo e, soprattutto, caustico. Ama il cinema, i videogiochi, la musica e le persone che hanno davvero qualcosa da dire. Gli piace scrivere. Odia più o meno tutto il resto, quindi se non siete nella lista delle cose che ama, beh... Avete capito.

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