NETFLEX S02E05 – Numero Zero: Alle origini del rap italiano

In questo periodo si fa un gran parlare di Rap e di Trap, solitamente partendo dall’assunto che le due cose non possano assolutamente essere avvicinate o addirittura coesistere in uno stesso landscape musicale. La tiritera è sempre la solita: real vs fake, sacra disciplina vs business, arte vs prodotto, and so on. Nulla di nuovo sotto il sole, insomma.

Per quanto io detesti alcuni prodotti odierni (figli dei tempi che corrono, se mi concedete l’appunto) sono abbastanza per la libertà d’espressione in ogni sua manifestabile forma, specie quella artistica ma, in ogni caso, non ascolto quasi per partito preso alcune cose (sbagliando forse) o non guardo certi film né leggo certi libri; diciamo in modo molto riassuntivo che principalmente voglio dissociarmi da un certo tipo di dinamiche che portano alla valorizzazione di qualsiasi cosa purché venda, perché se vende allora è lecito. Ciò nonostante viviamo nell’epoca dei social e di internet in ogni dove e in ogni momento, quindi alcune cose mi arrivano anche contro la mia volontà (rappappappapà ah uh ah uh ih uh ah) mentre altre volte manco clamorosamente alcuni prodotti ben più adatti alla mia tazza di tè.

È il caso di Numero Zero, il documentario diretto da Enrico Bisi che racconta (o almeno tenta di darne una visione abbastanza d’insieme) la storia del Rap in Italia. La formula è abbastanza classica: una voce narrante (in questo caso quella Ensi) ci accompagna in un viaggio lungo trent’anni lasciando i racconti più succosi e dettagliati a quelli che sono poi i veri protagonisti del film, oltre che gli attori principali della storia del rap made in Italy.

Personaggi storici come Ice One, Speaker DeeMo, Kaos, Danno e Neffa ci narrano infatti gli avvenimenti più importanti per la nascita e lo sviluppo della cultura Hip Hop in Italia, dalle prime sperimentazioni alla “golden era” del movimento fino al momento forse più buio di questa storia, senza mancare di aggiungere qualche retroscena e particolare interessante. In tutto questo non mancano anche i pareri di alcuni personaggi forse un po’ più discussi e discutibili — almeno per i puristi del “vero Rap” — come Albertino, J-Ax e i Sottotono (o loro andavano bene? Non ricordo).

Come vi accennavo poco sopra Numero Zero mi era sfuggito, o meglio, sapevo benissimo della sua esistenza, ma tra una cosa e l’altra non ero ancora riuscito a vederlo, fortunatamente ad aprile il documentario è finito su Netflix e non me lo sono lasciato sfuggire!

Ormai avrete capito che sono un patito del genere, specie se si tratta di documentari sulla musica ed i suoi protagonisti ma, probabilmente, non tutti sapete che nella mia lunga carriera di fancazzista ho trovato anche il tempo (mica facile cazzeggiare con stile eh) di lavorare ad un progetto che si chiama Pull it up. Si tratta di un documentario del tutto simile nelle modalità ed intenzioni a Numero Zero; racconta la storia di un movimento attraverso la voce dei diretti protagonisti, dalle prime sperimentazioni alla “golden era” ma con due sostanziali differenze: la prima è che per il movimento in questione il momento buio non era ancora arrivato, o almeno non in full effect, la seconda è che non si parla di Rap e cultura Hip Hop ma di Reggae e Sound System.

Non starò qui a dilungarmi nei dettagli, vi ho parlato di Pull it up solo per farvi capire una cosa: so cosa c’è dietro ad un progetto simile, ricordo ancora gli scazzi e le ansie durante la produzione e, finalmente, la gioia di quando abbiamo fatto la prima proiezione del film (cose di lacrime and shit) e sarò sincero, guardando Numero Zero sono rimasto davvero colpito perché ci ho visto la stessa passione e voglia di raccontare che ci abbiamo messo noi ormai troppi anni fa.

Ho deciso di vedere il documentario una sera mentre ero a letto, non avevo sonno e volevo guardarmi qualcosa e quando ho visto Numero Zero decisi che era arrivato il momento; “tanto mi addormenterò” pensai, invece mi sono ritrovato a guardarmelo tutto d’un fiato.

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Qualche piccola mancanza nel film c’è e forse si sente (mancano Gruff e Deda per esempio) ma i  pregi del film sono tanti, a cominciare da Ensi che ritengo essere il narratore perfetto per questa storia non solo per il suo modo chiaro e preciso di parlare (anche se a volte può suonare leggermente artificioso) ma anche perché in un certo senso rappresenta un ponte tra due realtà distinte: quella della “Old School”, della “Golden Era” appunto, e quella in un certo senso più patinata (non in senso dispregiativo) e mainstream dei giorni nostri; un narratore efficiente quindi, sia da un punto di vista qualitativo che da un punto di vista di autorevolezza perché non risulta fuori logo o peggio fittizio né ai più puristi ne ai più giovani e meno preparati sulle origini del Rap. Il ritmo generale del film è eccellente, una volta che lo si inizia non si può fare a meno di terminarlo, le interviste sono ben calibrate, le chicche di certo non mancano e hanno un valore aggiunto proprio perché sono raccontate direttamente da chi ha vissuto determinati momenti rendendo il tutto davvero gradevole ed interessante.

Numero Zero è un film per tutti. È un film per chi ha vissuto il rap in prima linea, per chi lo ha sempre ascoltato, praticato, respirato, ma è anche per chi lo ha vissuto solo di riflesso, per sentito dire o per chi addirittura non ne sa nulla.
In sostanza se non lo avete ancora visto non posso che consigliarvi di guardarlo immediatamente; che siate dei cultori del rap o meno, Numero Zero è un documentario che ha qualcosa da dire ad ognuno di voi e vi dirò di più, se potete COMPRATE IL FILM (lo trovate su Amazon o da Feltrinelli ad una decina di euro), perché i progetti come questo meritano di essere sostenuti il più possibile!

Peace out.

Paolo Delly De Cecco

Prolisso nel parlare, pigro nel fare, procrastinatore ma anche pignolo e, soprattutto, caustico. Ama il cinema, i videogiochi, la musica e le persone che hanno davvero qualcosa da dire. Gli piace scrivere. Odia più o meno tutto il resto, quindi se non siete nella lista delle cose che ama, beh... Avete capito.

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