Shot #20: Forelock presenta To The Foundation

L’uscita numero 20 di Trigger è speciale. Speciale perché parliamo di uno dei più bravi ed interessanti cantanti del panorama reggae italiano, speciale perchè l’album che introduciamo è curato alla perfezione, suonato a meraviglia ed è pieno di idee forti e nette. Speciale anche perchè, non vogliatecene se un po’ ci vantiamo, è un’anteprima in esclusiva per Reggaeradio.it. Sì perchè Forelock & Arawak stanno per uscire con un disco nuovo, To The Foundation, prodotto da  Paolo Baldini e pubblicato da La Tempesta Dub, e noi abbiamo avuto il piacere e la fortuna di poterlo ascoltare prima di tutti e di poter scambiare un po’ di chiacchiere e di idee con Forelock. Qui lo trovate nella versione Trigger-style, per darvi un assaggio del disco che verrà, e se volete anche ascoltare la sua voce collegatevi qui su Reggaeradio.it lunedì 15 ottobre alle 19 per una puntata speciale di Reggae Tales condotta da Giki in compagnia proprio di Forelock.

Dennis Brown vi fa da spirito guida accompagnandovi per tutto il disco, tanto da avere in più occasioni suoi pezzi che si trasformano poi con le vostre liriche.  Come vi è venuta l’idea di unire la sua arte alla vostra in modo così netto? E ci parlate della sua influenza sulla vostra musica?

L’idea di questo lavoro è nata da una chiacchierata avvenuta qualche tempo fa tra me e Paolo durante la quale esprimevo il desiderio di confrontarmi con la vocalità di alcuni brani storici di Dennis Brown, da sempre uno degli artisti che ha stimolato in me un forte amore per questa musica. Il desiderio era quello di mettere alla prova me ed Arawak in un semplice esercizio di riproduzione fedele dei brani di D. Brown che considero sacri.  A spingere per mettere in atto quest’operazione è stata anche la voglia di ascoltare quei brani con un sound “tecnologicamente” più moderno ma che si rifacesse alle modalità vintage. Qualcuno degli amanti di questa musica come noi è molto affezionato alla sonorità di certe produzioni old school. Sono affascinato dalle tecnologie che vengono applicate alla produzione audio e alla loro evoluzione nel tempo e mi sono sempre chiesto “ma se Dennis Brown fosse in vita oggi come suonerebbero le sue produzioni?”.  In secondo luogo, quando si è deciso di lavorare a questo progetto i nostri colleghi, amici, compagni e soci Mellow Mood lavoravano al loro “Large”, quindi da parte nostra c’era l’interesse di rispettare un ordine organico di pubblicazioni per quanto riguarda La Tempesta Dub e quindi pensammo a To The Foundation come un modo per non lavorare ad un vero e proprio disco. Così con Paolo si è detto “questo sembra un ottimo modo per tenersi attivi senza esporsi troppo in una pubblicazione impegnativa!”…

Mi sono sempre chiesto “ma se Dennis Brown fosse in vita oggi come suonerebbero le sue produzioni?”

Furono ovviamente le ultime parole famose perché di lì a poco dopo l’inizio dei lavori di preproduzione capimmo che si stava costruendo qualcosa che aveva un peso specifico molto differente da un semplice LP di cover.  La fruizione della maggior parte dei brani ai quali ci siamo ispirati avviene da sempre con quella modalità che tutti i selecta conoscono bene e che è tipica della musica reggae. Mi riferisco alla bellissima abitudine di pubblicare un disco con il brano e il suo B side, all’interno del quale tante volte succedono delle cose che lo rendono quasi più speciale del suo stesso lato A. E’ proprio da qui che è nata l’idea di realizzare un disco dove ad ogni cover corrispondesse una “Forelock Side”. Fondamentale è stato “l’aiuto” dell’octopus man Baldini che agevola la tensione delle versions in funzione del mio cantato. Si è lasciato infatti un po’ più di libertà al dub nell’arrangiamento delle mie versioni rispetto a quello delle cover.

Com’è stato lavorare con un gigante come Luciano su Man Next Door? Com’è nata la combination?

Credo che Luciano sia uno di quegli artisti la cui voce più si avvicina alla vocalità di Dennis Brown e questa è forse una delle ragioni per cui in tutti i suoi live esegue sempre qualche cover. Abbiamo avuto modo di lavorarci in occasione del suo tour italiano nel 2016/2017 dove io facevo l’open act insieme ad Arawak che poi proseguiva come backing band per Luciano. Nei vari giorni passati insieme tra racconti, prove in sala e viaggi infiniti si è instaurato un bellissimo rapporto di stima reciproca che è stata poi la base su cui è nata l’idea di collaborare in questo disco. The Man Next Door non è un vero e proprio brano di Dennis Brown (mi risulta che l’originale fosse di John Holt and the Paragons), ciò nonostante credo che sia uno dei brani meglio interpretati da D.B. Cantarlo necessità una vocalità pazzesca che Luciano mette in gioco al cento per cento!  Per rispondere poi alla domanda su come è stato lavorare con un gigante come lui devo dire che questa combination non è l’unico episodio in cui mi sono sentito completamente disintegrato e quasi inesistente al cospetto della sua gigantezza… Durante i giorni di prove passati insieme in Sardegna lo avevo infatti goliardicamente sfidato al Ping Pong (gioco al quale ero sempre stato convinto di essere un asso), ebbene presi delle grandissime legnate anche al tavolo con le racchette a cui seguì un’elegantissima stretta di mano e segno di rispetto tipica di un uomo di gran classe come lui.  Eventi indimenticabili che stimoleranno sempre in me voglia di crescere sia come artista che come giocatore di ping pong…

Sappiamo che c’era un legame molto molto forte con Juba Lion, recentemente scomparso e la cui voce è presente  in Deliverance Will Come. Ci raccontate di lui?

Juba era un vero amico. Era una persona elegante e rude allo stesso tempo e con un sottile senso dell’umorismo. Abbiamo condiviso dei momenti molto particolari. Tra le tante conversazioni che abbiamo avuto mi ricordo quando, attraversando un momento buio della mia vita lui mi mostrava un affetto fraterno e mi dava dei consigli… ho le sue parole impresse nella mente ancora oggi e guardo a quei giorni con un sorriso pensando a quanto potesse essere saggio un uomo cresciuto in mezzo al ghetto di Kingston 6. Abbiamo deciso di dedicare questo disco a Juba che ha sempre rappresentato una finestra stupenda tra il nostro mondo e quello della Giamaica. Ogni volta che sento l’intreccio delle nostre voci su Deliverance Will Come penso a quanto mi sarebbe piaciuto che la sentisse una volta finita…

Abbiamo deciso di dedicare questo disco a Juba che ha sempre rappresentato una finestra stupenda tra il nostro mondo e quello della Giamaica

Penso che Juba mi abbia fatto dei regali enormi con la sua amicizia, i suoi racconti, le serate passate ad ascoltare Dennis Brown in viaggio per le vie di Kingston, e se in qualche modo tutto questo non fosse stato sufficiente, con questo ultimo brano cantato in duetto mi ha reso parte della sua forza più grande. E’ infatti l’espressività del suo modo di cantare a renderlo unico ed io sono orgoglioso e felice di mettere in gioco tutto il mio impegno per garantirne la sua diffusione e tentare di rendere (a mio modo) la sua voce immortale.

In Home parlate apertamente e in modo molto netto della situazione dei migranti in viaggio nel Mediterraneo. Che cosa pensate della situazione politica italiana di oggi? Come artisti vi sentite responsabilizzati a proporre idee di cambiamento?

‘Home’ è un brano che richiama una tematica un po’ più ampia dove all’interno non sono riuscito a non fare un’osservazione molto oggettiva sulla situazione attuale. È un brano che ho immaginato come inno di esortazione al diritto di sentirsi al sicuro. Credo che la situazione politica italiana di oggi sia figlia di una dinamica malata dove protagonista è la comunicazione. Tra televisione, internet e Facebook si è creato un minestrone di superficialità, pigrizia di pensiero e di ricerca della vera informazione. Questo purtroppo influenza fortemente l’odierna opinione pubblica. Certe politiche proposte da questo governo attecchiscono sfruttando la scarsa capacità di visione globale di tutto il sistema in cui viviamo e dei suoi numerosi problemi, alcuni dei quali (a mio avviso), molto più allarmanti dell’ “emergenza migranti”.

Mi piacerebbe che Facebook fosse uno strumento sano dove poter creare discussioni creative e non vederlo come uno spazio virtuale fertile a forme di razzismo, ignoranza e impoverimento del pensiero…

Mi piacerebbe vedere un governo impegnato a sradicare dinamiche mafiose senza mettere in guerra coloro che faticano per arrivare a fine mese, creando mostri e allarmismi contro falsi nemici. Mi piacerebbe poter contare sul supporto dello Stato per far sopravvivere sempre più attività culturali… che ci fosse un’attenzione viva a salvaguardare la cultura e che vengano spronati i giovani alla conoscenza e non al pensiero distruttivo. Mi piacerebbe che Facebook fosse uno strumento sano dove poter creare discussioni creative e non vederlo come uno spazio virtuale fertile a forme di razzismo, ignoranza e impoverimento del pensiero … è incredibile come questo social network dalle capacità straordinarie finisca sempre in pasto a chi non ha argomenti utili per confrontarsi col resto degli utenti. La musica può essere un momento sacro dentro il quale – azzeccando formule segrete – si riescono a far passare delle informazioni e dei messaggi che possono essere potenti più di un qualsiasi altro strumento. Per questo chi fa musica deve sentirsi responsabile di ogni cosa che dice e di ogni messaggio che trasmette, e questo vale per tutti i generi musicali!

In più pezzi parlate dell’amore per la vostra isola, la Sardegna. Sappiamo che la scena reggae sull’isola è in grande e costante crescita, avete qualche nome da consigliarci che non ha ancora raggiunto il grande pubblico?

La Sardegna è per noi il posto più bello del mondo. La musica reggae è la musica più bella del mondo. Con questo disco abbiamo unito due elementi fondamentali della nostra esistenza. Invitiamo il nostro pubblico a seguirci durante questo viaggio verso le nostre radici. Ci muoviamo su due binari , uno (quello musicale) punta alle radici della musica che amiamo, l’altro (quello lirico) ci porta verso le nostre radici geografiche. Abbiamo lasciato con grande fatica la Sardegna un anno fa e posso dire che ad oggi la grande nostalgia ha fatto molto per questo disco. Non abbiamo mai sentito la necessità di ostentare la nostra provenienza geografica in passato e anche se con questo disco abbiamo investito tanta attenzione sulla Sardegna, lo abbiamo fatto con uno spirito cosciente che è quello di cui tutti probabilmente dovremmo riappropriarci: siamo andati via dalla nostra isola, la amiamo con tutto il cuore, ora siamo lontani ma non ci dimenticheremo mai da dove veniamo.

Abbiamo lasciato con grande fatica la Sardegna un anno fa e posso dire che ad oggi la grande nostalgia ha fatto molto per questo disco

Uno dei vari motivi è il pubblico della Sardegna che da qualche anno si ritrova anche al Sardinia Reggae Festival… è proprio durante l’ultima edizione di questo festival che ho avuto modo di notare che un certo Cisco Kid (mc rudeboy dell’entroterra in completo sound system style nonché grande amico storico di Arawak) ha iniziato a sfoderare delle carte particolarmente vincenti! Chissà…

Federico Di Puma

Federico Di Puma è nato a Milano nel 1988. Ha una laurea in Storia Indiana e negli ultimi tre anni ha passato almeno tre mesi in India ogni anno. Compra spesso dischi di artisti che non ha mai sentito nominare, qualcuno di questi a volte è addirittura bello.

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