Lee “Scratch” Perry – The Black Album

Pensavate che a 83 anni Lee Perry avesse dato tutto al mondo del Reggae?
Ricredetevi.
Oggi
 esce “The Black Album” su etichetta Upsetter.


Prodotto da Daniel Boyle e mixato all’interno del suo Rolling Lion Studio di Londra, quest’ album vuole riportarci ai tempi del Black Ark Studio di Perry grazie a registrazioni analogiche e all’utilizzo unico degli effetti che hanno portato un’intera generazione a credere nel genio artistico di Perry.

Per tutti gli appassionati al mondo della Reggae Music e per tutti i nostalgici che come me ritengono gli anni’70 il periodo d’oro della musica Roots Reggae, Lee “Scratch” Perry è una sorta di immagine mistica che trasforma in oro quasi tutto ciò che tocca.

– Breve introduzione al personaggio –

Sin dalle sue prime produzioni targate Upsetter, si capì subito che questo giovane cresciuto a pane, Studio One e Joe Gibbs, vedeva (e sentiva) la musica con orecchi diversi: i primi album come “Silver Bullets” dei Silvertones, “Heart of the Congos” dei Congos, “Soul Rebel” di Bob Marley e i Wailers o “War Ina Babylon” di Max Romeo sono soltanto alcune delle pietre miliari che Perry ha firmato come produttore e che lo hanno subito inserito nella “Hall of Fame” del reggae giamaicano. Nel corso degli anni ha collaborato con chiunque, e adesso che ha passato la soglia degli 80 anni non vuole fermarsi ma vuole continuare a stupire e a dare, come sempre ha fatto, una sua specifica direzione musicale.

– Gli anni recenti –

Per realizzare gli ultimi lavori Perry si è affidato a Daniel Boyle, produttore londinese che nel suo Rolling Lion Studio ha già dato vita all’album “Back at the Controls” del 2014 e che ha visto anche nascere l’ultimo album di Max Romeo “Horror Zone” del 2016. In questa nuova collaborazione – si legge nelle note di accompagnamento – “Lee voleva continuare il suono analogico nudo e crudo che avevano coltivato insieme in più uscite passate e portarlo ad un livello successivo con l’aiuto di nuovi dispositivi per effetti per creare un’altra firma sonora”.

– La storia di “The Black Album”-

La storia di questo album parte nel 2017 al RAK Studio di Londra dove i Rolling Lion Allstars costituiscono lo scheletro del disco intero registrando il basso, le tastiere e le batterie adoperando strumenti di registrazione rigorosamente analogici e vintage; successivamente vengono inseriti il pianoforte e l’organo registrati in Giamaica dal vecchio membro degli Upsetter Robbie Lyn – voluto fortemente da Perry – e altri suoni come le Kete Drums e l’Hurdy Gurdy.
Con la musica che pian piano prende forma, Perry e Boyle registrano i vocali all’Abbey Road 3 per poi tornare a completare il lavoro di mixaggio, dubbing e masterizzazione, ai Rolling Lion Studio di Daniel Boyle.

– Il disco –

Ma iniziamo a parlare del disco: si parte da “Mr. Brown in town” dove Perry si rifiuta categoricamente di uscire dalla scena e, ricordandoci “Mr. Brown” di Bob Marley, afferma la sua presenza e la voglia di dire la sua ancora una volta il tutto accompagnato dalla splendida voce di Bud. In “Trendsetter” (3) si alzano i giri del motore e sentiamo gli effetti spaziali che ci riportano nel mondo Upsetteriano di Lee Perry; cosa ancora più evidente in “Your Shadow is Black” (5) dove la fusione tra vari strumenti musicali ci catapulta in un mondo fatato pitturato da un dolce flauto e dove Perry si esalta in liriche conscious e filosofiche insieme a Puraman che fa i cori.
Il Black Album prosegue con “Dead Meat” (7) , un brano dove il cantante giamaicano ci ricorda che non si considera un carnivoro e non fa uso di nicotina ma non per questo deve essere considerato un pazzo; si va avanti con “Dub at Abbey Road” (9), qui Lee esprime tutta la sua emozione ed ammirazione nel poter registrare in uno studio che ha fatto la storia dell’intera musica, un fantastico esempio di roots reggae moderno con bassi caldi e potenti, un ritmo incalzante e delle tastiere accompagnate da effetti degni del miglior Perry.
In “Bumpy Road of Life”(11) ritroviamo un Lee carico di liriche conscious dove accenna ai problemi della vita di tutti come i “governi di scimmie” e l’indifferenza verso i poveri augurandosi infine che la musica possa salvarlo (il tutto accompagnato da una straordinaria Ruth Tafaebe alla seconda voce).
Arriviamo nella parte finale dell’album dove scopriamo una emozionante e coinvolgente “Captain Perry” (13) dove ci sentiamo letteralmente scossi dalle onde del mare e trainati dalla voce di Perry e di Rosa Shanti, nonchè dalla sezione ritmica (basso e batteria) veramente divertente. Nel quindicesimo brano del disco è il turno di nuovo di Bud a fare le backing vocals per “Killing Dancehall Softly”, qui l’artista ci ricorda che nella sua carriera può aver fatto veramente di tutto, ma non è mai stato un grande amante di questo genere musicale e quindi perché no, organizza un vero e proprio omicidio in diretta, grazie alla voce della giovane cantante inglese che assomiglia a una dolce e delicata lama che lentamente decreta la fine del genere odiato. Arriviamo quindi all’ultimo brano cantato e che trovate in anteprima in fondo alla pagina grazie a Reggaeville , “Solid State Communication” è un brano soffice che mette il punto finale a questo fantastico album, dove Perry dice “I’m the Bible / I’m black Jesus / I am the God of Creation / I am the Lord of the Lords” – ritornando alle Black Arkiane memorie e ai ritmi Upsetteriani e alle liriche mistiche che hanno caratterizzato tutta la sua incredibile carriera – una sorta di testamento, un brano incredibile per terminare questo complesso lavoro, preparato, studiato, e infine eseguito con una maestria e con una meticolosità che ci fa intuire il perché Perry continui a scegliere di collaborare con Daniel Boyle.
Se siete degli attenti osservatori avete sicuramente visto che i brani che vi ho descritto non erano tutti, ebbene questo album è in “Showcase style” : Perry e Boyle, così come il precedente lavoro, hanno accompagnato ogni brano con la sua dub version sempre molto ben eseguita e carica di effetti di qualsiasi genere (e a volte, se posso esprimere la mia personalissima opinione, anche più riuscita e divertente del brano cantato).

– Impressioni finali personalissssssime –

Nel complesso il risultato è un album audace: strettamente legato al passato con ritmi one drop, rockers e stepper incalzanti ma che allo stesso tempo strizza l’occhio al futuro dando suggerimenti e linee guida a tutti gli amanti di questo genere musicale e ricordando a tutti che di Lee Perry ne esiste uno soltanto.
Lee “Scratch” Perry continua ad essere anni luce avanti: avrò sentito almeno 30 volte questo album prima di scrivere questa recensione e per quanto senta la necessità di ascoltare qualcos’altro posso assicurarvi che me lo risentirei ancora altre 30 volte.
Si sente che dietro al disco c’è stata una ricerca di un suono profondo e pesante oltre che potente, e che questa è riuscita grazie all’ottimo lavoro di un team che ormai sa come lavorare e garantire alti livelli di qualità musicale; se Perry così come è scritto nel foglio di accompagnamento al disco, voleva arrivare ad avere un suono “nero” ricercando durante le registrazioni di dare “spazio, luce e oscurità”, beh posso assicurarvi che sia riuscito nel suo intento.
Un album che ti lascia col sorriso poiché durante il suo sviluppo ti fa ascoltare, e vivere, attimi di oscurità e di perdizione prima di riportarti in acque tranquille che ti cullano e ti lasciano con un sentimento di felicità.
Buon ascolto!

– Credits –

I Rolling Lion AllStar sono composti da Ed West alla batteria, Hughie Izachaar al basso, Robbie Lyn & Calvin Bennion alle tastiere, lo stesso Daniel Boyle alle percussioni, Mathias Liengme al Kete Drum, Brian McCoy alla Ghironda, Maija Vidovska al flauto, la sezione fiati è composta da Rory Sadler e Robert Landen e infine Puraman alla Melodica.
Voce Principale: Lee “Scratch” Perry
Seconde Voci (tracce):

  • Puraman (5 e 17)
  • Ruth Tafaebe (3 e 11)
  • Bud (1 e 15)
  • Rosa Shanti (8 e 13)

Registrato ai RAK & Abbey Road Studios.
Mixato al Rolling Lion Studio.
Prodotto, Arrangiato, Mixato da Daniel Boyle.

Alessandro Marazia

Ariete '88 nato a Pisa da madre sassarese e padre pugliese. Il primo incontro con la musica in levare è stato coi Sud Sound System all'età di 13 anni, due anni più tardi la prima volta al Rototom Sunsplash a Osoppo che gli ha insegnato a guardare il mondo da un altro punto di vista. Il senso di pace e di comunione tra le persone lo ha indotto a tornare in Friuli ogni estate fino al 2009. Dopo un primo periodo passato nelle dancehall, ha riscoperto la bellezza delle origini tornando a suoni più roots. Oggi frequenta serate dove è presente un sound system, il suono si può "toccare" e il messaggio è il vero protagonista.

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