5 cose che ho imparato dal Soundclash at Sea

Essere ospite sulla Welcome to Jamrock Reggae Cruise è stato una di quegli avvenimenti che sfiorano il sogno. La totale mancanza di emozione nei giorni precedenti alla partenza, sostituita invece da uno stress legato a questioni pratiche, rendeva perfettamente l’idea della situazione vissuta: una completa inconsapevolezza di quello che stava succedendo.

Per chi non lo sapesse, la line up coinvolgeva quattro sound, di cui tre sono parte attiva della storia della sound system culture: Bass Odyssey (Giamaica), Tony Matterhorn (Giamaica) e Renaissance (Giamaica), mentre il quarto era Heavy Hammer dal Salento.

Tra le varie dimensioni che ha avuto questa avventura, c’è ovviamente quella musicale e, nello specifico, l’esperienza del soundclash che, per molte ragioni, ha presentato il risvolto più inaspettato. Quello che so sul tema, l’ho imparato principalmente dagli eventi europei o dagli audio provenienti da U.S. e Giamaica. Il Soundclash at Sea è stato invece qualcosa di nuovo e stimolante. Al di là dell’ottima performance del sound italiano su un palco di quel calibro, tutta la serata è stata piuttosto epica al di là del risultato finale.

Quello che scriverò è ovviamente frutto di constatazioni personali che non rappresentano né l’opinione di Heavy Hammer Sound, né un recap del clash. Si tratta infatti di una semplice analisi che nasce dall’entusiasmo post evento.

1. Commercial audience non vuol dire massive non preparata

Nel pensare all’audience della crociera ho sempre fatto una comparazione semplicistica e sbagliata: massive crociera = massive festival. Questa analogia mi aveva fatto credere ad una serie di luoghi comuni che si possono sommariamente riassumere in:

  • Easy forward
  • Soca fans
  • Bias

Nulla di più sbagliato. Il pubblico della WTJRC è un pubblico anagraficamente adulto che ama la musica, la cultura e l’intrattenimento di qualità. Si tratta di un’audience che parte da un presupposto molto semplice: il semplice e puro diventimento, indipendentemente da dead artistes, deep boxes, Beenie or Bounty, baddest combo (Wyclef Jean e Jr. Gong), baddest tune right now (ho visto cadere nel nulla specifici e dub che in altri luoghi avrebbero tirato giù il posto) e anthem storici. In poche parole: tutto quello che sai sulla clash culture fino a quel momento è (abbastanza) falso. Il sound che pensa di andare easy con qualche soca hit, perché l’anno prima c’era stato un mega forward su ‘Palance’, verrà ignorato. E chi crede di avere degli hooligan fedelissimi, si dovrà ricredere presto. Al Soundclash at Sea non hai vinto la massive fino alla fine, e lo scoprirai al primo tune sbagliato. Don’t underestimate the audience.

2. Ci può essere amore dopo un clash

La maggior parte delle discussioni post clash, nella mia esperienza, si svolgono nella varie soundclash fraternity su FB. Ci sono ovviamente una paio di supporter o meno che ti contattano in privato o ti parlano dopo l’evento ma lo scambio è generalmente impersonale e spesso infelice.

La massive della crociera ti viene a dire tutto in faccia. Che sia sull’ascensore, al ristorante, mentre ordini al bar o stai a mollo in piscina, tutti hanno un’opinione o critica da condividere. Credo di aver visto raramente nella mia vita persone così positivamente invogliate a discutere un clash. Da ‘Congratulations’, a ‘Man, why you played that, I couldn’t vote for you after it’, fino a chi voleva discutere la fenomenologia del clash dagli anni 2000 in poi, c’è stato tutto. Condito da molto amore e supporto per i soggetti coinvolti ma anche per la stessa clash culture.

3. Un sound europeo sarà sempre un sound europeo

Questa è una cosa del tutto personale che molto probabilmente ho percepito solo io, fissandomi su singole espressioni o parole usate. Di base la mia sensazione è che agli occhi delle personalità del clash business, per quanto bene tu possa aver fatto, per quanti decenni tu abbia dedicato alla cosa, resti uno European kid che è stato fortunato.

4. Presenta il tuo stile

È normale preparare una tattica che funzioni per lo specifico evento e che sia interessante per il pubblico della crociera più esclusiva del mondo del reggae ma la cosa fondamentale è comunque presentare il proprio stile. In questo, con risultati diversi, ogni sound presente è stato fedele alla propria natura, cercando di presentarsi con le peculiarità che lo contraddistinguono.

5. Dinosaurs are not dead till they are dead

L’estinzione per i dinosauri è più lontana che mai. Lo dimostra Tony Matterhorn che riesce a prendersi il trofeo sul 4 a 1 e Bass Odyssey che non verrà minimamente scalfito da questo clash (solo per fare gli esempi a portata di mano in questa occasione). Non è neanche questione di box, ad un certo punto pagano esperienza e lucidità.

Se volete ripercorrere in prima persona la serata, promoter e media partner hanno pubblicato i relativi link:

– copertura di Onstage TV

audio del clash

video del clash

Chiara Nacchia

Chiara fa parte della famiglia di Sbeberz ormai da qualche anno. Coordinatrice della redazione, autrice di Island Pop e parte dello staff organizzativo di Reggaeradio, sa tutto quello che succede sull'Isola in tempo quasi reale. Dancehall lover to di bone, pseudo germanista e con background in politologia, può essere rintracciata a spasso per Berlino o mentre legge "Tell Me Pastor" sul Jamaica Star online.

Un pensiero riguardo “5 cose che ho imparato dal Soundclash at Sea

  • 15 dicembre 2018 in 23:52
    Permalink

    “Commercial audience non vuol dire massive non preparata” = credo che mi stamperò una tshirt co sto titolo

    Risposta

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