NETFLEX S03E03 – #WAKANDAFOREVER

È tempo di Oscar e come ogni anno, in questo periodo, il web si trasforma nel salottone dei grandi dibattiti e delle polemiche sulle nomination; questa volta uno dei film al centro delle discussioni è Black Panther.

Non è la prima volta che ci si chiede se la presenza di un “hero movie” tra quelli nominati per la categoria “miglior film” sia legittima o meno: la questione venne già sollevata ormai 10 anni fa quando “Il Cavaliere Oscuro” di Nolan fu impietosamente snobbato come a dire non ci fosse spazio per quel genere di film in una categoria così importante preferendo invece includere solamente pellicole più “tradizionali”.

Il caso generò un acceso dibattito che portò, alla fine, ad un sostanziale cambiamento nella struttura e nelle modalità di selezione dei candidati per il miglior film: grazie al lavoro di Nolan, per la prima volta i cinecomic acquistavano uno spessore ed una credibilità mai raggiunta prima, guadagnandosi il diritto di concorrere al più ambito degli Oscar.

Forse.

Dieci anni dopo, Black Panther è il primo hero movie a ricevere una candidatura per l’oscar come miglior film assieme ad altre 6 candidature: sound editing, sound mixing, production design, original score (la colonna sonora è curata da Kendrick Lamar… che ve lo dico a fa.), original song e costume design. Anche se molti fan di Marvel stanno storcendo il naso perché avrebbero preferìto vedere in quella posizione “Avengers: Infinity War”, la sua nomination ha un significato molto più profondo di quanto si possa notare a primo impatto.

È vero, il film in se non è forse il migliore del Marvel Cinematic Universe, ma sono assolutamente d’accordo con la sua nomination e ora vi spiego perché.

Sin dalle sue origini come personaggio negli anni 60, Black Panther fu concepito per dare ai lettori neri un eroe con cui immedesimarsi: un eroe nero che viene dall’Africa, re di una nazione prosperosa mai soggiogata dal potere bianco. Il Wakanda non è un semplice stato immaginario ma un vero e proprio luogo delle origini ideale presente nell’animo di tutti gli afro americani, un “What if…?” per citare una popolare serie di fumetti Marvel: una realtà alternativa che mostra ciò che sarebbe potuto essere della popolazione nera senza la schiavitù. In questo termini si potrebbe quasi fare un parallelo con Zion, terra utopica che rappresenta più il concetto del ritorno alla pace, all’unità ed alla libertà senza schiavitù ed oppressione che una vero e proprio luogo fisico.

Il fumetto come medium è stato per lungo tempo (e lo è ancora) un veicolo molto importante per la diffusione e lo scambio di idee. Anche Black Panther ha un ruolo importante in questo senso perché non narra solo le vicende di un super eroe nero, ma è anche uno dei manifesti pop di quel movimento culturale, filosofico ed artistico che è l’Afrofuturismo. In una società in cui temi come la segregazione, la schiavitù, l’abuso di potere sono ancora spaventosamente attuali, ribaltare le narrazioni anche sul piano dell’intrattenimento di massa ha un’importanza a dir poco fondamentale ed è esattamente quello che fa il riadattamento cinematografico di Black Panther. 

Il film di Ryan Coogler non racconta le vicende di un criminale, di un marginale della società, di una persona sfortunata o di un ghetto youth che deve cercare di uscire dallo struggle quotidiano; quello che ci racconta è la storia di un re nero e di una società nera all’avanguardia, con le sue leggi, i suoi spazi, le sue libertà. Niente droga, niente crimine, niente segregazione, niente ghetto. Un eroe positivo insomma, e questa volta ha la pelle nera, come hanno la pelle nera tutti i protagonisti della pellicola ed il regista. In questa ottica di rovesciamento delle narrazioni sociali convenzionali il grido “Wakanda forever!” è quasi un monito che va a sottolineare che esiste un’altra America black, un’America che non ha voglia di soffocare nei problemi razziali e che vuole raccontarsi e mostrarsi senza paura e senza cadere nei soliti stereotipi, perché è anche con Black Panther a fianco che si combatte il razzismo.

In tutto questo anche Spike Lee sarà presente alla cerimonia di premiazione (anche il suo Blakkklansman è in corsa per l’oscar come miglior film e in totale ha 6 nomination) e mi piace pensare che lui e Ryan Coogler siederanno vicini in trepidante attesa di sapere quali premi spettino ai propri film. In qualsiasi modo andrà a finire, gli oscar di quest’anno sono i più black di sempre e questo non può che essere una cosa positiva.

#WakandaForever

#BlackLivesMatter

Paolo Delly De Cecco

Prolisso nel parlare, pigro nel fare, procrastinatore ma anche pignolo e, soprattutto, caustico. Ama il cinema, i videogiochi, la musica e le persone che hanno davvero qualcosa da dire. Gli piace scrivere. Odia più o meno tutto il resto, quindi se non siete nella lista delle cose che ama, beh... Avete capito.

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