Shot# 26: Awa Fall e Bonnot presentano Words Of Wisdom

Le voci femminili qui su Trigger e in generale su Reggaeradio.it non sono mai mancate. Marina P, Mistilla, Vodoo Vee sono solo alcuni degli esempi di meravigliose ospiti che abbiamo avuto il piacere di intervistare. Anche per questo, ma non solo ovviamente, non potevamo perderci Awa Fall, fresca di uscita con il suo nuovo album Words Of Wisdom prodotto dalle sapienti mani di Bonnot. A 22 anni Awa è già da tempo una delle figure più rappresentative del reggae e della black music made in Italy, ha calcato i palchi di tutta Europa facendo tappa anche in festival prestigiosi come il Rototom Sunsplash o l’Overjam Reggae Festival e ha all’attivo un album ‘Ina Dis Ya Iwa’ del 2016 che aveva raccolto ottime critiche.

Il suo secondo lavoro ha avuto, come il vino buono, una maturazione lenta che ci permette oggi di gustare un album ricco di sperimentazioni e di idee. Ci si trova dentro la Awa che ci aspettiamo di sentire e ce ne si trova dentro anche un’altra, un po’ più sperimentale e che si cimenta anche con sonorità nuove ed affascinanti. Il risultato finale è davvero buono e non potevamo che invitare Awa qui su Trigger. Non è sola però, insieme a lei infatti abbiamo scambiato qualche chiacchiera anche con il suo produttore Bonnot, per sapere qualcosa in più sul suo prezioso lavoro dietro le quinte necessario per confezionare un album.

Ciao Awa e benvenuta su Trigger! L’album è cantato quasi tutto in inglese, tranne due tracce, ‘Dentro di me’ e ‘Ossou Gallè’, ti senti più a tuo agio a cantare in inglese? Com’è stato cimentarsi in altre lingue?

E’ importante che chi mi ascolta comprenda il messaggio. Amo cantare in Wolof, in inglese e in italiano. La musica è un linguaggio universale, che distrugge le barriere del linguaggio. Ma ho sentito la necessità di esprimermi in queste tre lingue che mi accompagnano nella vita.

Ci racconti com’è stato lavorare con Kumar in ‘Believe’?

Lavorare con Kumar è stata una real blessing. Ho sognato questa collaborazione per anni e finalmente dopo diversi tentativi, siamo riusciti ad incontrarci. È stato uno scambio creativo importante. La sua voce suona come un grido ribelle. È stato ‘amore a prima vista’.

A livello sonoro l’album è ricco di sperimentazioni, in ‘In my name’ ad esempio c’è la collaborazione di un quartetto d’archi, com’è stato lavorare con loro? E che significato ha per te quella canzone?

Volevo che il brano avesse un forte impatto sull’ascoltatore. Perché scriverlo ha richiesto uno sforzo emotivo. Quando lo ascoltavo le prime volte provocava un’ emozione dentro di me che gli archi hanno saputo interpretare alla perfezione.

Gli stili musicali che affronti nell’album sono molti e molto diversi tra loro, ma tu sembri a tuo agio su tutti, dai richiami trap  di ‘Dentro di me’ al reggae classico di ‘Be the difference’. E’ davvero così? O su qualche brano hai dovuto lavorare in maniera particolare?

Tutto è nato in maniera naturale come conseguenza ad un fatto o ad un’emozione vissuta in questi due anni di creazione. Amo sperimentare…

Sei italo-senegalese, come stai vivendo l’attuale momento storico e politico italiano?

Sono stata cresciuta da tre meravigliose donne bergamasche. Amo la mia città e anche il suo dialetto. Mi sento profondamente legata all’Italia, come mi sento profondamente legata all’Africa.

È difficile dover vedere e sentire l’odio e l’incomprensione da parte di alcuni italiani nei confronti di noi africani. Fa male vedere diffidenza e timore negli occhi delle persone quando hanno a che fare con persone che hanno un colore di pelle diverso dal loro.

In questi anni hai girato tantissimo, ci racconti un concerto che ti ha particolarmente emozionato del passato e uno per cui hai grande aspettativa nel futuro?

Il live al Rototom Sunsplash con gli Eazy Skankers è stato sicuramente uno dei concerti più belli della mia vita. Ho grandi aspettative per tutte le tappe del tour. Cerco sempre di dare il meglio, in qualsiasi situazione. Amo la musica è tutto ciò che essa crea!

Ciao Bonnot, anche te il benvenuto su Trigger! L’album di Awa è ricco di sperimentazioni e stili musicali differenti, come ti sei approcciato da produttore a questo lavoro?

Nella fase iniziale con il cuore e con l’istinto, poi con tanta dedizione, ricerca e pazienza. Consapevole del background e dell’enorme potenziale di Awa, ho cercato di aiutarla nel valorizzare il suo talento e nel liberare tutta la creatività necessaria per poter realizzare un album di spessore e “immortale”, un futuro “classico”. Forse può sembrare troppo ambizioso come approccio, ma penso che sia naturale per chi come me ha amato la musica grazie a quel tipo di dischi, quelli che uscivano ogni 4 anni ed erano veri e propri capolavori, esempi che mi hanno sempre stimolato nell’obiettivo di puntare al livello qualitativo più alto possibile nella scrittura, nella registrazione e nella produzione della mia musica. Durante il processo creativo non mi sono mai preoccupato di quanti brani Dub, Blues, Gospel o Hip hop includere nel disco. La priorità è stata scrivere bella Musica con la M maiuscola, divertendoci ma anche commuovendoci, di volta in volta.
Ho portato Awa con me su palchi di Jazz Festivals importanti, dove è stata riconosciuta da tutti come una Top Artist e ho ben chiaro bene quanto una cantante come lei possa dare alla musica.
Il reggae è il nostro primo amore ma non potevamo trascurare il Blues, la World music, il Jazz e tutta la Urban/bass Music in cui siamo nati e cresciuti, immersi da sempre. Sentirci liberi è stata una vera e propria necessità condivisa; per fortuna il nostro background reggae è così forte che riusciamo sempre a sentirne la presenza, anche all’interno dei brani più sperimentali e “diversi”, stilisticamente parlando. Il disco per me ha una magia speciale, tutto ciò è stato possibile grazie ad Awa, che è un’artista incredibile: talenti con una voce così e con una simile dedizione verso la musica non nascono tutti i giorni.

Ci sono cinque combination nell’album, come avete scelto gli artisti con cui collaborare?

Ho voluto invitare alcuni artisti che sono parte della mia famiglia da tanti anni, essendo un album così profondamente voluto e ricercato, un lavoro di due anni ricco di colori e pieno di amore per la vita. E’ stato naturale cercare artisti a noi vicini con cui condividere questo splendido viaggio. Con i leggendari M1deadprez e General Levy creo musica dal 2009 e giriamo in tour in tutto il mondo, ormai siamo tutti una grande famiglia e sono anche molto amici di Awa, abbiamo fatto parecchi live tutti quanti assieme. Adorano la sua musica ed essendo spesso in studio da me hanno visto crescere il nostro “Words of Wisdom” passo dopo passo. Irie Child è un “fratello” della crew dei dead prez, un giovane talento di Haiti che vive a New York con cui avevo già registrato il bellissimo singolo “Open” assieme ad M1 e al mitico Assassin aka Agent Sasco. Riguardo “Believe” un giorno, chiaccherando via chat, Kumar mi ha rivelato di essere un fan di Awa e alla nostra richiesta di collaborare in una song ha accettato entusiasta, finendo per scrivere con noi una delle canzoni più belle del disco.  Tommy Kuti è stato invitato da Awa, una scelta formidabile! Tommy è una bellissima persona, un vero artista, molto più che semplice un rapper e ha portato una vibe magnifica nel brano, oltre ad aver scritto assieme ad Awa il testo.

I primi due singoli estratti, Be the difference e Believe, sono due brani di reggae “classico”, che arrivano immediatamente al pubblico di Awa. Farete uscire altri singoli? Magari di brani da sonorità un po’ diverse (penso ad esempio a Dentro di me)?

Assolutamente sì, vorremmo fare uscire al più presto il singolo/video del brano hip hop “Everyday is war” con M1 dei dead prez, quello di “In my name” dal taglio più intimista e soul e infine assieme a Tommy Kuti stiamo già pensando alla sceneggiatura del video di “Dentro di me”. Ad ogni modo siamo così innamorati del disco che tutti i pezzi per noi sono potenziali singoli, quindi chissà, nel tempo speriamo di vederne anche altri oltre a questi menzionati.

Federico Di Puma

Federico Di Puma è nato a Milano nel 1988. Ha una laurea in Storia Indiana e negli ultimi tre anni ha passato almeno tre mesi in India ogni anno. Compra spesso dischi di artisti che non ha mai sentito nominare, qualcuno di questi a volte è addirittura bello.

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