Shot #27: Attila presenta Smiles and Troubles

Qui su Reggaeradio.it Attila lo conosciamo molto bene. Con lui abbiamo aperto proprio questa rubrica un anno e mezzo fa, è stato ospite di vari show radiofonici e ha suonato nella nostra rassegna Jacoustic all’Ostello Bello di Milano. Ma, anche conoscendolo così bene, ci ha ancora una volta spiazzati confezionando un album molto diverso dalle sonorità a cui ci aveva abituato.

We shall rise I repeat these words, take a look pon the news I don’t see a good world queste le parole con cui inizia Rise, primo brano del suo ultimo album Smiles and Troubles. Poche parole, una strofa appena, ma non potevano essere più chiare le intenzioni e le idee che Attila porta in questo lavoro. Non potevano essere più chiare perchè  il tema dell’impegno sociale è centrale nell’album, quasi costante in tutti i brani, così come lo è l’allegria, il sorriso che questa musica necessariamente si porta dentro. Sorrisi e problemi, struggle e momenti di gioia, c’è tutto il suo mondo in questo album, e non potevamo assolutamente perdercelo qui su Trigger.

Smiles and Troubles ha una chiara idea di fondo, come è nato e cosa ci racconta?

L’idea di fare l’album come Smiles and Troubles nasce dal momento che sto vivendo io personalmente e dal momento storico che stiamo vivendo tutti. È stato un lavoro lungo e complesso, molto diverso dall’approccio che si può avere quando si lavora su un singolo. Quindi tutto l’album è stato pensato per dire delle cose, anche se si rischia di diventare pesanti. Questo semplicemente perché siamo in un momento in cui bisogna esporsi e le idee e i pensieri non possono più essere sottointesi, vanno esplicitati. Prendo come esempio Unfollow, che parla dei social network e dell’essere sempre connessi, ecco quel pezzo ha dentro emozioni e pensieri con cui mi confronto quotidianamente, è nato, come tutto l’album, dalla voglia e dall’esigenza di portare un messaggio forte.

Uno dei messaggi presenti in tutto l’album è quello del darsi da fare per raggiungere risultati.

Sì il tema dell’impegno e del darsi da fare è presente un po’ in tutto l’album. In particolare in Holiday c’è un’immagine, quella del gabbiano che lotta contro il vento ma anche due rime significative, che spiegano bene quello che voglio dire: they want eat the food no care about recepies e wanna buy the big plant they don’t want plant the seed.

Anche a livello musicale c’è una grande differenza rispetto ai tuoi lavori passati. Come è stato confrontarti con sonorità in parte nuove per te?

Sì, mi sono molto messo in gioco e bisogna dare merito al metodo di lavoro “militare” di Massimo ‘Mina’ Miniato cha ha prodotto l’album. Con lui ho dovuto cambiare un po’ di cose come ad esempio non adagiarmi troppo sull’autotune che è un effetto che personalmente mi piace ma su cui lui è sempre stato contrarissimo e abbiamo dovuto trovare un punto di incontro. Ecco dal punto di vista personale questo è stato sicuramente un segno di grande maturità. Poi per quanto riguarda la produzione sapevo che sarebbe stata di alto livello, avevo già sentito suoi lavori e sapevo dove saremmo andati a parare. Bisogna davvero solo fargli i complimenti per come ha lavorato e per come ha ripreso e riportato in studio anche i pezzi co-prodotti con GuIRIE, e poi questo tipo di produzione mi ha permesso di provare cose che non avrei mai fatto prima, penso ad esempio ad un pezzo come Back Home che è una ballad molto dolce, ideata dopo il secondo viaggio fatto in Giamaica.

Il primo singolo estratto è stato Smiles and Troubles, accompagnato da un video molto significativo. Ci racconti di questo pezzo e del video?

Oltre ad essere la title track è proprio il pezzo che rappresenta al meglio l’intero album secondo me, non riesco ad immaginare un singolo diverso di presentazione. Un pezzo come questo doveva per forza uscire in questo periodo storico, se non lo facevo io sicuramente l’avrebbe fatto qualcun altro. E’ il momento di esporsi e di dare dei messaggi, questo momento storico che stiamo vivendo lo richiede. Ed è una cosa normale nella musica giamaicana che si parli di realtà, che la musica risponda e parli di un evento o di un particolare momento storico. Nel video ci sono amici veri e persone prese per strada. Giravamo con il giubbotto di salvataggio e abbiamo coinvolte le persone che incontravamo, e in molti hanno condiviso la causa.

Le due collaborazione che hai nell’album sono entrambe molto significative per i temi trattati. Come sono nate?

Dunque D’Vercity che appare in Bredrinz lo conosco dal 2016, siamo in contatto da tempo. Mi piaceva l’idea di avere un featuring anche in giamaicano sul disco e volevo qualcuno con cui fosse un piacere fare una collaborazione, non un featuring a pagamento giusto per avere qualche nome famoso sull’album. Anche per questo il pezzo su cui abbiamo scelto di lavorare insieme è proprio Bredrinz, come testimonianza di una collaborazione vera e propria. Ed è stato interessante lavorare con lui anche perché mi ha aiutato anche per la scrittura dei testi, per la pronuncia, e a tenermi aggiornato sullo slang del momento. Anche con Lion D ci conosciamo da tempo e il pezzo su cui appare lui, Youthz, è un pezzo abbastanza forte che cerca molto il riscontro con la realtà. Quando si parla di giovani e di ghetto si pensa sempre alla Giamaica o a posti lontani invece basterebbe guardarsi in casa e pensare ad esempio alla Paranza dei bambini. Mi piace che il ritornello a livello musicale possa suonare un po’ come una ninnananna, una litania, mentre invece a livello di testo sto dicendo delle cose parecchio pesanti, e questa è una delle tante dicotomie che mi piacciono e che sono presenti nell’album, da Smiles and Troubles in poi. Non l’abbiamo scritto precisamente a quattro mani ma nasce da un ragionamento fatto insieme, poi ho mandato a Lion il pezzo e lui ha aggiunto quella strofa che secondo me è clamorosa. Poi in questa canzone, ma in realtà anche in molte altre del disco, c’è il messaggio Youths are the future. Spero si capisca che la ripetizione non è un errore stilistico ma un motto di speranza importante in cui credo sinceramente.

Crazy Head, che secondo me è una bomba, riprende invece qualche tema di cui avevi già parlato in Bengala, come quello dei talent.

Sì è un pezzo un po’ diverso, concepito da solo nel mio home studio su una base fatta da GuIRIE e poi, solo in seguito, portato in studio da Mina. Nasce da un periodo in cui mi si sono avvicinati vari “impresari della musica italiana” che mi volevano succhiare il sangue, e volevo fare un pezzo che spiegasse il perché io non c’entro con quel mondo. Col boom della musica “urban” si presentano personaggi squallidi che vorrebbero lucrare sulla tua persona e che ti propongono cose senza senso. Poi io personalmente ho proprio il rifiuto per queste cose, e il ritornello di questo pezzo è proprio un modo per far vedere a questa gente come io sia in grado senza il loro aiuto di far un bel ritornello anche senza dire nulla.

Photo courtesy: Fabio Ficara / ImNotFah

 

Federico Di Puma

Federico Di Puma è nato a Milano nel 1988. Ha una laurea in Storia Indiana e negli ultimi tre anni ha passato almeno tre mesi in India ogni anno. Compra spesso dischi di artisti che non ha mai sentito nominare, qualcuno di questi a volte è addirittura bello.

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