NETFLEX S03E04 – MAN OR THE MUSIC

Se come me siete fan di Michael Jackson vi sarete già posti più volte delle domande sulla sua persona. Avrete letto e seguito i fatti che dal 1993 ad oggi lo hanno visto al centro di dichiarazioni piuttosto scabrose sulla sua morbosa attenzione nei confronti dei bambini di cui amava circondarsi. Conoscerete senz’altro le storie che circolano da anni su ciò che presumibilmente accadeva all’interno di Neverland, la sua residenza privata in California.

Diciamoci la verità: per una persona che normalmente si pone delle domande non è mai stato facile essere un fan di MJ. La sua vita la conosciamo più o meno tutti e spesso abbiamo avuto il presentimento che non tutto quello che vedevamo fosse proprio normale, anzi. Ci siamo nascosti spesso dietro all’idea che, in fondo, MJ non avesse mai avuto un’infanzia e che comunque al di là della sua persona ciò che davvero importava era la sua eredità artistica. “Man or the music?” è una domanda a cui i fan di MJ sono abituati a rapportarsi da molto tempo ormai. Ma fino a che punto si può davvero arrivare seguendo questi argomenti? Che cosa siamo disposti ad accettare in nome della musica (o di qualsiasi altra forma d’arte)?

“Leaving Neverland” è il titolo del documentario shock presentato in anteprima mondiale al Sundance 2019 e successivamente trasmesso da HBO il 3 e 4 marzo. Probabilmente molti di voi ne avranno sentito parlare abbondantemente in questi giorni: Wade Robson e James Safechuck raccontano in dettaglio la loro storia con Michael Jackson, una storia fatta di abusi psicologici e fisici. Non starò qui a discutere sulla genuinità dei fatti esposti, non ho intenzione di prendere una parte netta a favore o sfavore di nessuno e non penso sia mio compito farlo, si tratta comunque di un documentario in cui sentiamo solo una delle parti coinvolte e per completezza sarebbe il caso di andare a rivedersi i processi, le dichiarazioni e i fatti precedenti all’uscita di questo film.

Ciò che maggiormente mi interessa è cercare di capire assieme a voi come ci si possa rapportare al lavoro di un artista quando scopriamo che quest’ultimo non solo non è la persona che ci aspettavamo, ma che potrebbe addirittura essere ciò che di più lontano possa esistere da quello che potremmo ritenere normalmente una “brava persona” o comunque un modello esemplare di essere umano.

Naturalmente MJ non è l’unico artista o personaggio pubblico di cui si possa provare profondo disgusto morale nonostante si possa allo stesso tempo apprezzarne le qualità artistiche e noi amanti della Reggae Music sappiamo bene di cosa sto parlando. Tra artisti accusati di omofobia, violenza, abusi o addirittura omicidio, la situazione non è certo delle migliori e, da che io ricordi, non è mai stato facile essere un Reggae fanatic, specie quando bisognava spiegare a qualche vostra amica o amico un po’ fuori da questo mondo per quale motivo ci fossero dei cantanti che volessero così male agli omosessuali da incitare a sparargli in testa o bruciarli (o entrambe le cose, per essere proprio sicuri).

E non importa quanto “figurate” queste minacce o dichiarazioni fossero secondo il vostro parere, o di quanto fosse centrale il sistema giuridico dell’Isola nel definire un certo tipo di pensiero, sappiamo bene tutti che nel mondo questo tipo di comportamenti hanno avuto una grandissima risonanza nell’opinione pubblica e spesso anche delle conseguenze spiacevoli, come il non poter vedere per anni il vostro artista preferito perché nessuno mai si sarebbe sognato di prendere uno show con lui (*cough Shabba cough*).

Anche nel caso di MJ le ripercussioni delle rivelazioni fatte da Wade Robson, James Safechuck e i rispettivi parenti, non hanno tardato a farsi sentire: il passaggio delle sue canzoni in radio sono diminuiti in modo significativo nelle settimane dopo l’uscita di Leaving Neverland, alcune radio hanno addirittura deciso di non passare più pezzi di Micheal Jackson nei loro palinsesti. Insomma sembra che anche in questo caso la vita privata di un artista stia influenzando parecchio anche la sua eredità artistica.

Ancora oggi la dicotomia “prodotto artistico – artista che lo genera” da luogo ad infinite discussioni su quanto l’arte come mezzo espressivo possa essere autonoma e slegata dalla persona che l’ha creata. Secondo me un’opera d’arte non può essere considerata trascendente fino a staccarsi completamente dai contesti storici e sociali da cui ha origine quindi mi chiedo quanto, ma soprattutto quando possiamo scindere l’uomo che crea dal suo prodotto e, a questo punto, se sia  davvero giusto farlo.

Ovviamente io non ho una risposta definitiva a questa domanda, ma penso che forse sia giunto il momento di fare i conti con la realtà e capire che le due cose coesistono e sono il prodotto della società in cui viviamo. Forse sarebbe il caso, approfittando di quest’occasione, di ripensare attentamente a questo problema per non cadere inavvertitamente nell’errore di fare un enorme minestrone dove tutto è concesso. Vi invito a guardare “Leaving Neverland” (potete trovarlo per intero su LA9) credo che nella sua scioccante durezza potrà darvi molto da pensare sull’argomento.

Alla prossima puntata!

Paolo Delly De Cecco

Prolisso nel parlare, pigro nel fare, procrastinatore ma anche pignolo e, soprattutto, caustico. Ama il cinema, i videogiochi, la musica e le persone che hanno davvero qualcosa da dire. Gli piace scrivere. Odia più o meno tutto il resto, quindi se non siete nella lista delle cose che ama, beh... Avete capito.

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